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venerdì 24 giugno 2016 09:30:00

L’azienda Nyetimber è storica, coltiva la terra dal 1086, si sa per certo che non c’era vigna perché ciò accadde 900 anni più tardi, nel 1986. Siamo nel comprensorio West Sussex e Hampshire e in fatto di viticoltura applicata si dedicarono immediatamente allo sparkling wine, impiantando chardonnay, pinot noir e pinot meunier, vitigni che loro stessi chiamano “la santa trinità” dello Champagne.

Qui c’è un suolo di gesso con miscela di sabbia, c’è il vento che arriva dalla costa, c’è illuminazione e non calore solare, insomma ci sono le condizioni per avere tanta acidità nella polpa dell’acino, semmai il problema è cogliere un’equilibrata espressione nei profumi.

Negli ultimi due anni lo sparkling ha avuto una deflagrazione roboante in Inghilterra, un mercato molto sensibile al frizzante e molto attaccato al liquido della Marne, ma anche un popolo di consumatori che non disdegna l’altro e il nuovo. Il vento dell’eccellenza enologica in fatto di CO2 s’è fatto via via più insistente, tanto che le comparazioni con i competitor non domestici hanno prodotto entusiastici risultati nei vini spumanti interni. Certo che qualche domanda del tipo: tutto e subito? Com’è plausibile che tutte le tappe combinate con l’esperienza siano state bruciate in un battibaleno? A queste domande non siamo noi a dover rispondere, però rispondiamo alle domande che la Classic Cuvée di Nyetimber, anno 2010, ci ha fatto con le sue parcellizzazioni organolettiche.

La Cuvée è una miscela classica, quindi i tre vitigni tradizionali, con classicissima sosta sui lieviti dopo il tirage di tre anni. Ha colore ben dorato. Al naso propone un fruttato maturo, quasi mela appassita in padella, poi dei fiori gialli che sfioriscono in un vegetale secco e una punta sfumata di miele e “marmalade”. Al palato il gusto si gonfia, s’impettisce in un’energia gassosa che sembra aumentare la dimensione sferica della bolla, creando un’esplosione in pungenza che esalta addirittura la parte della maturità in freschezza, quello che tempo fa gli inglesi descrivevano come “fatty”, e non era un vero complimento. A nostro avviso siamo di fronte a un vino che mostra un lato organolettico spoglio da incisività minerale, che auto affievolisce la sua briosità troppo presto, per lasciare un ricordo non molto personalizzante nella chiusura del gusto. Tante erano le attese e tali sono restate, e come puristi dello spumeggio italiano non resta che rimandarlo a settembre, com’era una volta a scuola.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)