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giovedì 30 giugno 2016 14:00:00

Da qualche anno si sono innescate alcune discussioni in merito all’evento di ogni inizio di aprile che si tiene a Bordeaux, cioè l’“en primeur”.

In quell’occasione la degustazione verte su un vino che è in barrique da appena sei mesi e che è destinato a restarvi anche fino a due anni, per cui, chiaramente, ciò comporta tante suggestive interpretazioni degustative.

Da qualche vendemmia, nella fattispecie la 2013 e la 2014, risultate non del tutto esaltanti, il successo dell’acquisto anticipato non s’è verificato.

Su Financial Review è apparso un articolato pensiero che non resta difficile da condividere, soprattutto se lo ricolleghiamo a una considerazione di Suckling, che pur affermando l’aspetto intrigante e molto stimolante di partecipare al “primeur”, incluso acquistare del vino, il tutto non si trasforma in un sicuro buon investimento. Qualcuno lascia trapelare che moltissimi Château riescono a piazzare “en primeur” tra il 5 e il 10% del prodotto, ma nelle annate condite di incertezza qualitativa la percentuale decrementa notevolmente.

Un certo sconvolgimento si verificò qualche anno fa quando qualche vino fu descritto come una “spremuta di legno”, cosa peraltro alquanto naturale nella prima fase della vita se la vendemmia manca di sostanza fenolica, però quei venti ellagici si dispersero, o meglio si infransero contro la Dune du Pilat.

Perché continua “en primeur”? A questa domanda la sola risposta, più o meno chiara, che si riesce a ricevere (non dai produttori) è quella che sia comunque un tastare il polso del mercato (spesso asiatico), affinché negli anni successivi i broker posizionino il vino al migliore (e quindi più alto) valore commerciale. Eccola la parolina chiave: valore commerciale, però per chi?

Liv-ex (London International Vintners Exchange) chiarisce, dati alla mano, che tra il 2007 e il 2014 si sono persi dei soldi, perlomeno in cinque delle otto annate. Tutto ciò ha innescato molti tentennamenti negli acquisti da parte di coloro che intenderebbero speculare sul trend al rialzo, senza aver ben definito il segmento internazionale di vendita. Poi c’è anche un dubbietto insidioso che sta serpeggiando, ovvero che le aziende si tengono del vino e lo buttano nella mischia dopo qualche anno a prezzi anche appetibili impiegando filiere alternative.

I francesi coniarono “l’argent fait la guerre”, che stiano adeguandolo in “l’argent fait en primeur”?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)