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giovedì 27 agosto 2020 11:00:00

La Valle d’Aosta ha tante storie da raccontare e molte sono affascinanti, affondano le radici fino al Neolitico e lasciano testimonianze di una gloriosa micro-civiltà. Anche il vino valdostano ha una storia da raccontare che indietreggia fino all’età del bronzo e giunge ai giorni nostri con una serie di alterne fortune e sfortune che la accomunano alla storia di tante altre regioni italiane.

La Valle d’Aosta del vino è differente, non solo perché ha un’estensione piccola, ma ha anche una condizione geopedoclimatica complicata, forse come poche altre regioni italiane. Questo non ha impedito di avere un panorama ampelografico che miscela i vitigni nazionali a quelli internazionali, a cui si abbinano 13 varietà autoctone, e di queste il 90% è a bacca nera. La storia che vi racconterò è nata da poco, però porta con sé un amore per la viticoltura, per il vino e per l’ambiente che calza a pennello nell’immagine che la Valle d’Aosta dà nell’immaginario collettivo. La prima cosa curiosa è che uno degli attori non è valdostano, nasce a Seul in Corea del Sud, il nome è Chul-kyu (Andrea per gli amici), e si ritrova nella valle perché adottato. Pur d’indole geneticamente lontana dalla viticoltura, vi si dedica completamente a cominciare dagli studi e poi da stage e collaborazioni con aziende piemontesi e valdostane. Nel 2015 decise di dedicarsi alla viticoltura e inizia il recupero di micro-appezzamenti di vigneti abbandonati o dismessi da molti anni, spesso sopraffatti dalla vegetazione. Molti di questi piccolissimi terreni erano sfruttati per fare il vino per la famiglia, spessissimo coltivati con gli autoctoni a bacca nera, come il petit rouge, il fumin e il vien de nus e la sua idea di recuperarli a vigna è anche un modo di rigenerare un territorio e di ridare forma al paesaggio. A tutto questo si aggiunge la chicca della “monumentale di Farys”, una vigna di oltre 300 anni posta nel comune di St. Denis. Chiaramente è petit rouge. Da qui parte la seconda cosa curiosa, cioè portare frutto a tutte queste viti abbandonate per fare un vino che abbia con sé un’anima che attraversa i secoli. Il petit rouge di Farys, racconta Andrea, era una pianta che dopo essere stata scalciata da un mulo, si era divisa in due e non fruttificava, il motivo era una potatura sbagliata. Una volta riportata a frutto, intorno a questa vecchia vite nasce il Monaja 300, da uve petit rouge (anche quelle di 300 anni), vien de nus e fumin. Tutte le viti hanno un’età media di oltre 80 anni, nascono da vigneti all’Adret, a quote tra 500 e 700 metri. I terreni sono morenici, con sabbia, le pendenze sono nell’ordine del 30% con esposizione sud.  Le viti sono allevate a pergola, adagiate a massi o muretti in pietra, alcune sono a controspalliera. La resa non raggiunge i 30 q/ha. Tutto è programmato per spremere un succo pieno di carattere valdostano, un’essenza che raccolga quell’antico modo di fare vigna che per anni ha dissetato l’uomo nel duro lavoro dei campi.
Monaja 300 è un Vallée d’Aoste, l’annata è la 2016, la prima, alcol 14% vol. Colore rosso rubino inteso, quasi impenetrabile dovuto al fumin. Al naso offre uno spettro fruttato, che ricorda il cassis, boysenberry e aronia nera, lo speziato essenzializza aromi di cumino e pepe nero, tanto da avvicinarsi al balsamico. Al palato l’impatto è riccamente fresco (ritornano i piccoli frutti rossi), è sapido, con tannini ben integrati, tanto da creare uno straordinario bilanciamento con l’alcol. Il finale è lungo con retro aromi di liquirizia, cioccolato fondente e chiude una scia di mora di rovo.

Totale bottiglie prodotte 300. Raccolta manuale delle uve, fermentazione con lieviti indigeni, macerazione post-fermentativa fino a 4 settimane. Matura in barrique per 24 mesi, poi sei mesi in bottiglia. Abbinamento consigliato: civet di selvaggina. Precauzione: è vivamente consigliata la caraffatura e va servito in bicchieri da rosso bordolese.

È un vino che sa tanto di Vallée, con del nuovo che accarezza e coccola i suoi vecchi, come ama dire Chul-kyu: è un vino in cui ci sono gocce di storia.

 

Rino Billia
Head Sommelier
Bellevue Hotel & Spa

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)