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venerdì 2 settembre 2016 12:30:00

L’identità strutturale dei vini californiani è stata segnata per anni da una dominante gusto olfattiva particolarmente spostata verso toni di maturità nel succo fruttato, dove alcol e legno imprimevano un vigore un po’ ciccione, frutto di un’idea di concentrazione che partiva dall’intensità colorante. Una siffatta tendenza enologica sembra adeguata per vitigni che gradiscono presentarsi scolpiti nella griglia corporea, in modo che i loro tannini imprimano potenza e ricchezza senza cedere a rugosità e cenni di astringenza, nemmeno appena imbottigliati: quindi una filosofia di vigna e cantina ben adatta al cabernet sauvignon, al merlot, al syrah, allo zinfandel da ceppi centenari, molto meno bene lo è per il pinot nero.  È tutta una questione di equilibrio, enfatizzavano i wine-makers, gli esperti e i sommelier professionali, e l’idea di equilibrio stava tutta nella ricchezza estrattiva, nel super succo, nell’essere al limite del pesante in fatto di struttura, il volume liquido lo si voleva denso, da masticare come un gommoso chewin gum non sugar free. Si trattava – e lo è ancora – di un equilibrio per vini che trovavano sostanza qualitativa nell’essere quasi muscolosi, in ciccia come di dice dalle nostre parti. Un’idea organolettica e di mercato come questa non poteva certo premiare il pinot nero, e a dire il vero non premiava nemmeno del tutto gli altri vitigni perché li standardizzava. Il pinot nero, più degli altri, ha nel suo lato camaleontico la migliore qualità, intendendo con ciò quell’estrarre dal terreno l’eleganza, il frutto polposo pre maturazione e un tocco di mineralità che fa da scorta al suo corpo: in altre parole gli va fatto succhiare il terroir.

In California questo non accadeva, o tanto legno, o estrema estrazione fruttata, oppure frutta quasi sciroppata o peggio ancora il beneamato alcol; tutto ciò faceva di un pinot nero un vino rosso, ben composto, ben arredato, di gran beva, tanto da sedurre e indurre in tentazione, ma di pinot nero nemmeno la traccia. Negli ultimi tre anni in California c’è stata una decelerazione nel costruire il pinot nero in versione “bomba fruttata”, punti nell’orgoglio, forse, dalla celebrità che stavano acquisendo quelli dell’Oregon. Così è stato reinterpretato il concetto di equilibrio, grazie alla spinta di qualche sommelier pinot noir lover e di alcuni editoriali di W.S. che cazzottavano quegli equilibri gustativi frutto dell’essere più ricchi e più pieni nel corpo, fino a dire che ciò non poteva dirsi il vero equilibrio del vino. Parole come fruttato, fresco, acidità, struttura e alcol che nella loro singolarità vanno a coesistere con armoniosità, senza elementi singoli che dominano, fanno già parte del nuovo corso enologico californiano, di cui il pinot nero potrà beneficiarne a pieno. Attendiamo con curiosa apprensione le uscite del 2014, del 2015, e poi del 2016, di quelle zone potenzialmente meno “hot”, come Anderson Valley, l’estremo nord di Sonoma e l’entroterra di Santa Rita Hills nella Central Coast. Nessuno si attende di gareggiare con Borgogna o Central Otago, ma pareggiare i conti con l’Oregon sta diventando un punto di principio. Good luck!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)