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giovedì 8 marzo 2018 10:30:00

Dovremo coltivare vitigni diversi da quelli attuali, allargando lo spettro delle varietà e impegnandoci a favore di uve meno considerate: è il clima che lo impone. A firmare l'articolo uscito in gennaio su Nature, sono cinque studiosi di agraria e sostenibilità: "Il cambiamento climatico" - esordisce l'articolo "pone la sfida più grande in assoluto al mondo dell’agricoltura. Nuove temperature, nuovi regimi delle piogge, inclusi i nuovi picchi di caldo e siccità, stanno drammaticamente cambiando il clima di molte aree agricole".

Per la scienza non è certo una novità, e la soluzione sembra mettere d'accordo tutti: incoraggiare le peculiarità delle piante, spingendole a sviluppare caratteristiche adeguate a fare fronte ai mutamenti del clima. L'orientamento dominante, però, si basa sugli incroci e l'ingegneria genetica; per i ricercatori di Nature è una soluzione imprudente e lenta: non solo "creare nuove cultivar richiede tempo", ma sviluppare esclusivamente genotipi adeguati alle condizioni attuali del clima e del mercato non tutela quelli "adatti a situazioni oggi sconosciute o sottovalutate, che potrebbero però essere drammatiche in futuro". Concentrarsi sugli incroci e l’ingegneria genetica, inoltre, potrebbe "ridurre il potenziale adattivo di una intera coltivazione, quando il cambiamento climatico richiede resilienza e sostenibilità". La soluzione, per loro, sta nella tutela dell’attuale patrimonio di biodiversità, poco o per nulla sfruttato.

È l'uva da vino, la vitis vinifera, secondo i ricercatori, la pianta più utile in questo senso; la migliore per sviluppare un'efficace teoria dell'adattamento climatico. Diffusa a diverse latitudini, declinata in circa 6.000 varietà, la vite da vino vanta un meraviglioso assortimento genotipico, da sempre sfruttato per essere adeguato alla condizioni climatiche del posto prescelto. Non è un caso, dicono i ricercatori, che la definizione di terroir sottintenda "una sinergia tra la variante genotipica e il clima particolare di una regione e una località". Se in luoghi più freschi, come l'Europa settentrionale, "sono necessari vitigni che passino dalla fioritura alla maturazione in un breve periodo di tempo, come Riesling, Chardonnay o Pinot Noir […] le regioni meridionali coltivano varietà che si sviluppano lentamente, lungo stagioni lunghe e calde. Tali varietà, tra cui Monastrell e Xinomavro non possono giungere a maturità senza un consistente accumulo di calore".

Un assortimento che stride, in verità, con il ristretto ventaglio di cultivar impiegate, soprattutto fuori dall'Europa: "quasi tutti i processi di diversificazione si sono realizzati nel Vecchio Mondo [...] al posto dello sviluppo in situ di nuove varietà, le regioni del Nuovo Mondo quali Australia, Cile, Sud Africa e Stati Uniti hanno sfruttato le varietà del Vecchio Mondo per costruire i propri mercati".

Struttura dell'industria del vino, tradizioni culturali e preferenze dei consumatori hanno giocato un ruolo forte nella riduzione delle varietà: "nelle regioni vinicole più giovani il successo di nuove varietà era raro, e l'impiego di varietà non comuni risultava generalmente fallimentare tra i consumatori. Esemplare, in California, l'impiego della varietà Mission (ora nota come Listan Prieto), nata per migliorare il basso riguardo dei vini americani; senza successo”. Naturale, dunque, orientarsi su vitigni di sicura fama, adattabili al territorio e facilmente piantabili, liberi dalle restrizioni legislative europee. Il risultato? Prevedibile: "dodici varietà -  meno di 1% della diversità totale delle varietà coltivate oggi - coprono oltre l'80% degli ettari coltivati in Australia e Nuova Zelanda, con altre regioni importanti che seguono da vicino, come il Cile al 78% e gli Stati Uniti al 70%.”

A peggiorare il quadro di questa monocoltura vinicola, un mercato sempre più globalizzato e una politica della etichettatura, nata negli Stati Uniti nel 1936, focalizzata sul vitigno e non sul territorio, rapidamente seguita da molte regioni del Nuovo Mondo. Una decisione assai influente nell'orientamento delle scelte a scaffale del consumatore, ormai più interessato al tipo di uva che al territorio da cui proviene. Peccato, dicono gli autori dell'articolo: tra quell’1% di varietà che occhieggiano dai ripiani, alcune non saranno in grado di resistere al progressivo riscaldamento delle terre in cui crescono, mentre altre non reggeranno il progressivo aumento di piogge e umidità. Molte uve meno blasonate e poco degnate di studio, invece, potrebbero costituire, nei decenni successivi, un’alternativa valida e promettente.

L’impresa è ardua, certo: la mancanza di interesse commerciale ha fatto sì che “i dati fenologici di base siano disponibili solo per il 10% delle circa 1.100 varietà commerciali di uva da vino” ed è necessario comprendere, per ciascuna varietà, quanto conti la genetica e quanto la variabilità climatica . La speranza viene dal meridione d’Europa, dove la radicata abitudine di piantare centinaia di varietà a scopo precauzionale ha formato un vero e proprio database della salvezza bioclimatica.

In tutto il mondo, sono i viticoltori ad essere chiamati ad un ruolo importante: Noè moderni, a loro il compito di  riservare, nel proprio vigneto, una piccola area a beneficio di varietà promettenti ma poco conosciute: monitorare l'adattabilità di un vitigno, al netto dei terreni, delle pratiche agronomiche e delle diverse latitudini ,è un'arma preziosa, dicono i ricercatori. In seguito, annotare i dati annuali sull’andamento stagionale, dall'Italia alla Nuova Zelanda, dall'Australia al Sudafrica, da condividere su una grande piattaforma, migliorerebbe rapidamente previsioni e proiezioni. 

Condivisione, impegno, comunanza di intenti: la "Ginestra" di Leopardi declinata in chiave agronomica. Basterà la lungimiranza di pochi a realizzare il progetto di una salvezza mondiale? Poiché spesso "l'uom d'eternità s'arroga il vanto" ma "le magnifiche sorti e progressive" sono scritte sull'acqua, e quella, se da una parte finirà per annegarci, da qualche altra sta già evaporando. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)