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giovedì 23 agosto 2018 09:15:00

L’areale viticolo del territorio di Castelnuovo Berardenga ha una morfologia particolare, spesso è aggredito da boschi, le esposizioni sono multidirezionali, abbracciando quasi tutti i punti cardinali. Anche i terreni in cui si coltiva vigna, e non tutti danno il miglior contributo, hanno un suolo dissimile, arrivando anche a miscelarsi con del tufo. Nel settore che va da Pianella, seguendo la SP62 va a incontrare la SP111/A di Montaperti poco dopo San Piero in Barca (un borgo avvolto nelle silenziose ombre chiantigiane), poi sale verso Pacina, lasciandosi a sud tutti i 298 ettari della storica tenuta di Castell’in Villa, dimora di una vignaiola d’eccellenza: Coralia Pignatelli della Leonessa.

In questo settore c’è un suolo amalgamato un po’ diversamente dall’imperante (di nome) galestro chiantigiano, c’è sabbia, ci sono ciottoli, c’è argilla e calcare e conchiglie marine a macchia di leopardo. Il sangiovese, con la sua personalità fregoliana (camaleontica per l’ampelografo), qui si mimetizza già al colore, che subito si fa granato, e poi il profumo che non solo sprizza una rinfrescante marasca, prende anche un tocco di animale, talvolta pelliccia di lepre, di legno aromatico che volge al balsamico, mettendo la fragranza della violetta in secondo piano. Poi la struttura. Robusto quel tanto da non sembrarlo, e non lo è, semmai ferrigno e delicato, però con tempra a sfiorar l’indelebile.

Questo Sangiovese era così anche nel 1971, anno in cui probabilmente l’azienda Castell’in Villa verso l’11 ottobre ancora vendemmiava, e non s’immaginava, al pari di Imagine di John Lennon, pubblicata quel giorno, che quell’annata avrebbe fatto storia.

Così è stato. Il Chianti Classico Castell’in Villa, Riserva 1971, è “imagine all the people drinking Sangiovese in peace”.

Degustare il 1971 (che dice fosse tutto sangiovese, nonostante le regole) oggi è davvero avvicinarsi alla pace dei sensi, sensorialmente parlando, se non altro per un colore incredibilmente ancora striato di rosso rubino, su fondo granato con una luminosità senza pari. Straordinaria è la sua ampiezza olfattiva, mineralmente argillosa e rugginosa, un tostato al chicco di caffè, un erbaceo dalla balsamicità mediterranea, quasi a sfiorar la garrigue, uno speziato d’anice stellato, la prugna secca, l’uva appassita, un tocco di sandalwood che sfiora il patchouli: fantastico e ammaliante. Come di norma, la Contessa Coralia amava (e ama ancora) la tradizione chiantigiana nel far vino, per cui impiegò grandi botti di legno ovali, e faceva bene, perché il sangiovese da quelle parti con si esacerba in tannino, semmai lo fa confluire in un complesso di durezze in cui la sapidità lo rende magicamente più fresco. E ancor lo è questo 1971, sì, avete capito bene: “fresco”, però all’antica. Il vino al palato scivola come se i suoi sci avessero azzeccato la sciolina, va via liscio come fosse sul velluto, con un’enfasi di eleganza a cui il tempo ha regalato della nobiltà. Monumentale, come quella fragile donna di Coco Chanel che nel gennaio ’71 lasciò in eredità al mondo l’eleganza. Ebbene il 1971 Chianti Classico Riserva di Castell’in Villa ha in sé tutta la “femminilità enologica” da renderlo uno “Chanel”. Degustato il 13 luglio 2018 al Ristorante il Mestolo, Siena, bicchiere Zalto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)