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mercoledì 3 giugno 2015 16:30:00

Se qualcuno avesse scommesso nel 1816 che i missionari con bibbia e semi d’uva, tra un miserere e un’estrema unzione, un sermone e un’assoluzione, fossero riusciti a sviluppare la coltivazione della vite in Nuova Zelanda, sicuramente non si sarebbe aspettato di vincere. Fu la caparbietà del Reverendo Samuel Marsden a dare il la all’odierna rinomata enologia neozelandese, che vede nel sauvignon e nel pinot noir i portabandiera dello stile di fare vino nella terra kiwi.

Parlando di pinot noir c’è in inciso da fare, perché la geniale intuizione di aver compreso che un territorio così a sud del mondo (cioè Central Otago) fosse ideale per quel vitigno la si deve a un certo Romeo Alessandro Bragato, che non è italiano, sebbene nato nell’isola di Lussino, all’epoca sotto l’impero austro-ungarico, oggi invece è croata. A parte che Bragato sembra tradire qualcosa di veneziano, ciò che conta sono i suoi studi alla Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia a Conegliano che lo forgiano in conoscenza, tecnica e intelligenza e gettano un seme oriundamente italiano nel miglior pinot noir fuori Borgogna.

L’etichetta del vino è in pieno stile antiterroirist, è infatti tutta vitigno/brand/regione, con un evidente EXPLORER PINOT NOIR 2012 CENTRAL OTAGO DOMAINE TOMSON.

C’è molto di Borgogna in questo Pinot, prima di tutto i cloni: Pommard e Digione. C’è anche del new style borgognone nella vinificazione: quasi 10 giorni di fredda macerazione, poi 10 giorni di fermentazione fino alla temperatura record di 33 °C, infine illanguidimento fermentativo per circa 10 giorni a gradi 22-30 °C. A parte l’uso della barrique (ormai una consuetudine per in noir neozelandese), c’è anche un apporto supplementare di tannino per l’uso di un 10% di grappoli interi (con raspo) in fermentazione. A proposito, il legno nuovo non supera il 10%.

L’intenzione è di fare un Pinot Noir da beva immediatamente facile, che attiri per il corredo ammaliante di aromi e scivoli al palato senza tirar fuori la grinta tannico/amara. E così è!

Luccica di rubino, anche intenso, il colore. Se dicessimo che è un ovvio pinot noir della Nuova Zelanda, lo ridurremmo al ridicolo; però è davvero tipicissimo nei profumi (lontani dalla Côte d’Or). La ciliegia ha polpa scura e zuccherina, violetta nel floreale, con un vento che agita un orto officinale: timo, maggiorana, rabarbaro. Ha un po’ di mineralità espressa in un’argilla ferrosa. Al palato il liquido si proietta in piroette morbidamente saporite, con sussulti di freschezza e nascoste pulsazioni tannicheggianti; l’estratto s’incentra in un gustoso sapore di ciliegia “scura”, un po’ di polvere di caffè mista a cacao e una chiusura rugginosa. È vino che dà il meglio adesso, presumiamo resterà integerrimo per altri 2-3 anni, poi via via si affievolirà, però fin quando rimarrà così, è ,e sarà, davvero un bel bere, per un bel (ed inatteso) 90/100.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)