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mercoledì 12 marzo 2014 09:00:00

Qui dove la Borgogna confina con la Champagne, il corso del fiume Serein modula un territorio dal sottosuolo antico e straordinariamente ideale per l’uva Chardonnay. Il clima è un po’ bizzoso per quest’uva, che potrebbe soffrire di devastanti gelate estive, però il sottosuolo è capace di  nutrirla di un’essenzialità che innanzitutto l’allontana dai profili organolettici dei vini ottenuti nei vigneti della Côte de Beaune.

Infatti lo Chablis e la sua uva non hanno una storia enologica molto affine a quella della Borgogna, addirittura la prima differenza è nell’aspetto gerarchico, qui non basato sul finage e sul climat in senso specifico, ma con un’identificazione qualitativa che si articola in Grand Cru, Premier Cru, Chablis e Petit Chablis.

Quest’ultimo, il più semplice, ha dei nomignoli affettuosi in zona, lo soprannominano “vin de caraffe” o “vino della domenica”, e la sua mineralità è affettuosamente accostata alla “polvere di cannone”.

Infine c’è lo stampo enologico poco borgognone dello Chablis, oppure poco chablisien per la Côte de Beaune: la querelle non si è ancora chiusa.

Di certo si sa che il vino di Chablis non è molto attirato dalla sosta in barrique, mentre quello poco sopra Chagny ne va fiero.

Ciò ha generato nel corso degli ultimi cinquanta anni della confusione, però il punto di partenza è uno solo: lo Chablis ha avuto per anni una visibilità mondiale ben superiore ai bianchi della Côte.

Curiosamente siamo stati attratti dalla vendemmia 2000 dello Chablis Pic 1er - Albert Pic.

Il vino è frutto di una selezione di uve da vigneti Grand Cru e Premier Cru d’età superiore ai trenta anni. Per preservare la sostanza fruttata e minerale del vino non c’è allevamento in legno, la fermentazione in acciaio è rigidamente controllata nella temperatura e anche la successiva sosta è cool-style, mentre il riposo finale in vetro ne esalta le armoniosità.

La prima improvvisata c’è la fa il colore, pressoché paglierino molto vivace, pochissime e trasparenti sono le nuances dorate.

Il profumo è oggettivamente molto prossimo a un’evoluzione in legno, però sappiamo che non è così, per cui ci sorprendiamo e ci chiediamo il perché.

Poi ci confrontiamo e soprassediamo sul perché, in fondo è un vino dentro una bottiglia che attende di essere sorbito.

Quest’annata 2000 di Albert Pic ha un profumo burrosamente mieloso, con netti sentori di ginestra e di frutta tropicale, di sale marino e di paglia delicatamente umida. Per un attimo sembra avvicinarsi alla nocciolina del Meursault e alla complessità calcarea di uno Jura.

Il gusto è davvero soave, poche volte il volume morbido di un liquido acido/alcolico riesce ad accarezzare le papille gustative senza stancarle, anzi lasciando spazio a elettrizzanti mineralità che rimandano a lievi cenni di pietra focaia.

Siamo in una dimensione gusto olfattiva in cui l’eleganza si posiziona davanti a quel piccante ricordo di acidità nervosa e vegetale che primeggia nei primi anni in vetro degli Chablis Grand e Premier Cru. Il volume liquido tesse una trama lineare, le angolature maliche si sono sciolte nelle quattordici primavere trascorse e la miscela vellutata che si chiama “spirito di vino carolingio”, e che ritroviamo in questo Pic 1er 2000, muove nel finale delle sinuosità aromatiche in  perfetta sintonia con le curvilinee forme della bottiglia: due materie che si plasmano irrazionalmente, il vetro e il vino, entrambi consci che la loro vitalità è interdipendente.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)