Statistiche

  • Interventi (1588)
  • Commenti (0)

Archivi

venerdì 24 agosto 2018 09:45:00

Ogni tanto fa bene tornare “ai santi vecchi”, così direbbero i vecchi della Lucchesia se affrontassero un dibattito su questo vitigno osannato e denigrato con pari affezione.

L’osannante celebrazione è sempre appannaggio dei cugini di Borgogna, che in quello spicchio di vigneto chiamato Côte d’Or ne hanno fatto un eno-obelisco. Di Chardonnay in giro c’è ne è tantissimo e se dovessimo pesare il valore della sua presenza non saremo sicuri di garantire a chicchessia che tutto quel vino sia oltre l’asticella della sufficienza.

Abbiamo voluto tentare un ragionamento partendo da Chardonnay con prezzi “umani”, quindi la galassia Montrachet – ahi noi – l’abbiamo scansata.

Siamo partiti da un vino della Côte de Beaune, collina di Corton, ovvero il Corton-Charlemagne Grand Cru 2007 di Bonneau du Martray. Tutti riconoscono a questo vino una marcata distinzione rispetto al Montrachet e al Meursault, forse perché rispetto agli altri ha pendenze da vendere in vigne, ha pure esposizioni variegate e suolo disomogeneo, anche in pochi metri quadrati di terra. Non è certo il colore, anche giallo chiaro che lo diversifica, è semmai il profumo che migra lontano dalle sofficità della nocciolina e del burro fuso, dai fiori bianchi dolci del sud della Côte. Dopo undici anni ha un sorprendente profumo di fragrante tonalità fruttata e floreale, di sottile erbaceo e tanta salinità e delicato salnitro. Non è facile per un vino abbinare gusti freschi e sapidi all’unisono, qui ci sta a meraviglia, così come è meravigliosa la sua liquidità alcolica e la lunga persistenza aromatica. Un vino che supera la soglia dei 93/100. Il prezzo è elevato, però se confrontato a un Montrachet GC, con cui non scompare affatto, tutto diventa accettabile.

Il primo Chardonnay italiano che ci viene in mente per caratteristiche affini è La Bora di Kante 2008. Anche lui, nonostante gli anni, riesce a brillare come un diamante, forse anche più di Bonneau du Martray, il profumo è però più distante, racchiuso in quella mineralità carsica che lo rende unico, trattiene un po’ di fogliaceo effetto amaricante e lime, però quando inonda il palato il suo volume liquido spazza via tutte le incertezze e s’innalza nei valori di una freschezza salina e d’una energia “rocciosa”, con uno setoso finale, lunghissimo. Anche qui siamo a 93/100, con un prezzo notevolmente molto abbordabile.

Altro vino comparabile è il Grusse en Billat, anch’esso del 2007, prodotto dal mago del terroir del Jura, Jean-François Ganevat. Anche questo vino ha una cristallina tonalità paglierina, con ancora note odorose di citronella e buccia di limone, di frutto della passione e foglie fresche di alloro. Il palato è puro, mineralizzato, fresco nel sapore di pesca bianca e susina goccia d’oro, sottilissimo nella liquidità, lunghissimo e granitico nel finale. 93/100 e prezzo ancora accessibile.

Abbiamo poi voluto comparare queste tre campioni di Chardonnay con un altro rinomato territorio, la California. Lo Chardonnay in questione è il Pine Ridge Carneros - Napa Valley, 2014, da cloni di Digione. Immediata è la distanza, già al colore che vira all’oro, poi il profumo, tutto avvolto nella noce di cocco, in un po’ di vaniglia, pâté di mango, del gelsomino: totalmente nuovo mondo. Il gusto ci sorprende, lo aspettavamo “grasso” (fatty per gli anglofoni), invece pur fluendo in morbidezza (di panna), riesce a restare con un volume liquido sottile, che non si gonfia in masticazione, così un po’ di fresca energia agrumata riesce ad affievolire un equilibrio altrimenti a favore della parte morbida. Ha un finale lungo e carezzevole, ideale chiusura di un’enologia ancora ammaliata dalla barrique. 88/100 in stile europeo, forse oltre oceano va un po’ sopra. Il costo vale la degustazione.

Molto più europeo è lo Chardonnay di Cakebread Cellars 2014, sempre da Carneros. La vendemmia fu notturna (per tenere acidità), la fermentazione prodotta in barrique e poi ancora quindici mesi di legno, con periodica rimessa in sospensione delle fecce fini. Ed è questa la sorpresa: lavorazione nuovo mondo, colore e profumo da vecchio mondo. C’è purezza di frutto (mela verde, ananas, pesca bianca e avellana), fiori primaverili e melissa, solo nel finale un po’ di latte di cocco. Gusto con energia rinfrescante, da acidità quasi lime, anche insaporita da un che di effetto sale marino. Liquidità sottile, dilagante nelle sensazioni retro-olfattive di frutta e fiori; bell’esempio di Chardonnay che vola verso l’enologia dell’Europa: 91/100 e ottimo valore commerciale.

Se da una parte non siamo rimasti sorpresi dalla raffinatezza dello Chardonnay europeo, dall’altra siamo restati favorevolmente meravigliati dalla dieta “smorbidente” che questi vignaioli di Carneros hanno attuato per i loro vini.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)