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venerdì 14 marzo 2014 17:00:00

Bordeaux evoca enologicamente parlando il vino rosso, sia quello generico e impersonale a cui si appiccica la AOC dipartimentale e spunta un prezzo di mercato al limite dell’irrisorio ed è comunque uno dei più venduti di Francia.

Una seconda analisi enologica ci indirizza subito verso un segmento d’attrazione unico, verso quel Médoc e quel Libournaise patria di una infinita diatriba tra l’essere struttura robusta e concentricamente tannica a base di Cabernet Sauvignon, oppure robusta ma esondantemente tannica a base di Merlot.

Lasciamo ai Girondini dirimere la querelle, perché il nostro oggi ci vede spostati verso la riva bianca del Bordeaux, che niente ha a che fare con la Botrytis.

Nonostante la modestissima quantità di vino bianco a gusto secco prodotto al di fuori della AOC Entre-Deux-Mers, quelli ottenuti negli stessi suoli in cui vegetano i vitigni “rossi” destinati ai grand cru sono stati spesso raccontati come vini bianchi dal carattere austero, dove il Sauvignon non è tale e il Semillon lo sovrasta in eleganza e sapidità.

Infine certi vigneron ancora raccontano di un bianco magistralmente predisposto ad affinare in vetro.

Trovarsi al cospetto di uno Château Olivier, AOC Graves Léognan, raccolta 1986, in versione bianco, di certo con vitigni Sauvignon e Semillon, perché riferimenti certi non ne abbiamo trovato, nemmeno contattando lo Château, che anzi è restato sorpreso che in Italia s’aggirasse ancora una bottiglia del genere; (ora s’aggira vuota n.d.r).

2014-1986, ventotto anni di sosta in vetro, forse anche in condizioni evolutive vissute pericolosamente, ma non così dannosamente da presentarsi in condizioni debilitate in degustazione.

Anzi il colore si specchia in tutto il suo giallo dorato per niente liso dagli anni, ha una consistenza incerta, ma una limpidezza attizzante in brillantezza.

Il profumo ha un’intensità insicura, ha bisogno di essere coccolato nel bevante, sembra respirare con un po’ di fatica. Il velo neutro e impersonale ben presto vola via e, pur non eccellendo in intensità (e forse non è un male), si scompone nell’aria con un’esilissima e delicatissima sensazione floreale di lavanda e di paglia secca, di caramella d’orzo, di croccante di mandorle, di dolcetti al miele, di ciambella, di orange jelly, di fiori di tiglio, di torta camilla e di amaretto con un finale al ginger. Poi qualcuno si chiede: ma l’ossidazione dov’è? Risposta: è di là a venire! L’attendiamo con disperata ansia, però manca all’appuntamento.

Quello che più stupisce è il gusto di questo Château Olivier 1986. Niente opulenza liquida, niente esuberanza alcolica, niente burroso e appiccicoso effetto glicerico.

Ha un gusto delicatissimo, sottilissimo, è necessario controllarne il flusso nel palato per evitare di annichilirlo con la masticazione: è un vino che ha bisogno di carezze, non di scossoni.

L’acidità è al limite dell’improponibile, sfiora un didattico limbo di poco fresco spostato verso l’alto, quindi sarà sapido? E invece no! È timidamente saporito, schivo in acidità, gelatinosamente morbido e precauzionalmente quasi abbastanza caldo. Si vorrebbe definire un vino di corpo, invece non lo è: è un vino che ha un corpo e una struttura sinuosa, i suoi ingredienti flettono tra di loro, e si fondono aiutandosi l’un l’altro a procurare un’immaginifica sensazione di stravolgente e raffinata armonia. È uno dei rari ed eccezionali casi in cui durezze e morbidezza hanno fatto quadrato, hanno creato una squadra, si sono concertate.

A chiusura della degustazione il commento più ricorrente è stato: com’è possibile un caso come questo? La risposta l’hanno data i consensi unanimi intrisi di stupore e di volontà di non chiedersi altri perché.

Un ultimo dettaglio, Château Olivier 1986 dichiara in etichetta 12% di alcool, questo è un dato su cui meditare.

Il vino fu importato in Italia da Ercole Brovelli, quando la sede era in Via Tantardini 15 a Milano. L’azienda c’è ancora, anzi sono ormai quattro generazioni che seleziona eccellenze in Francia e in altre nazioni, e a quella scelta ormai datata, non crediamo di essere in ritardo se gli diciamo: complimenti!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)