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mercoledì 22 agosto 2018 09:30:00

Se c’è una nazione produttrice di vino imparagonabile, questa è il Cile. Se c’è una nazione con i potenziali enologici inespressi e forse sconosciuti, anche a loro, questa è il Cile. Se c’è una nazione vinicola dove nei vigneti non si riesce ad avere muffa, questa è il Cile. Se c’è una nazione con un irradiamento quotidiano pressoché ideale per il vitigno, questa è il Cile.

Qualche ampelografo, anni fa, s’avventurò a dire che aveva un clima simile alla Toscana, poi si sono accorti che il clima del Cile è cilenamente autoctono. Sempre secondo gli ampelografi, in Cile si possono coltivare tutti i vitigni, poi si è scoperto che coltivare non si trasforma in fare del buon vino se non si pondera il rapporto ecosistema viticolo e risultato enologico.

Tra le regioni più marine del Cile c’è la Leyda Valley, posta a destra del fiume Maipo, poco a nord di San Antonio e a sud di Valparaiso. La fisionomia agricola della zona iniziò a modificarsi verso la fine del 1990, affiancando alle coltivazioni di grano, orzo e avena anche il nobile arbusto della vite. Immediatamente si accorsero che c’era del potenziale nel suolo, nel clima bellamente arido, ma non micidiale per il frutto e nella sanità dell’ambiente, quale il rischio: la mancanza d’acqua. Soluzione? Creazione di un condotto che dal fiume Maipo portasse acqua alle radici assetate: ecco nata la Leyda Valley (2002) del vino, e non dei soli cereali.

Essendo nuova hanno ben pensato di non fare di “tutt’un vitigno, un vigneto”, quindi hanno ponderato, individuando come ospiti graditi lo chardonnay, il riesling, il sauvignon bianco e grigio e nel rosso il pinot nero.

Ebbene, il nobile nero ha dato dei risultati sorprendenti e in versione rosé anche oltre lo sperato. Testimone di ciò è il vino rosato Boya, prodotto dalla famiglia Garcés Silva. La dizione legale è DO Leyda Valley, San Antonio, Chile, Coast Zone; vendemmia 2017, gradazione 12,5% vol.

È rosa chiaro nella tinta, con un po’ d’illuminante arancio nell’unghia. Profumo aristocratico, da manuale: lampone, chicco di melograno, arancia tarocco, succo d’ossicocco e rabarbaro. Il gusto riesce a combinare freschezza e sapidità (da suolo granitico), il palato vibra sollecitato dall’effetto di un’equilibrante durezza: elegante. Prolungato nell’effetto retro olfattivo di arancio, ribes rosso, ciliegia e susina, chiude con un ricordo di karkadè ghiacciato. Da podio.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)