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lunedì 17 marzo 2014 14:00:00

La storia dello Champagne ha alcune porzioni di informazione che resistono ancora in un alone di incerta definizione, uno degli aspetti meno chiari è quello relativo all’identità dei vigneti, o meglio alla saldatura vigna, vin clair e Champagne.

Già l’idea dello Champagne non nacque con la volontà di dare un’identità specifica e speciale di terreno a vigna, semmai di miscelazione: prima coupage e poi assemblage champenois. Anche i primi concetti di cru si basavano sul valore dei vigneti di un territorio comunale e non viceversa.

Questo non ha impedito di essenzializzare il raggiungimento di un savoir-faire e di un know-how capace di attraversare anche le ansie tecnologiche collegate al succedersi dei secoli.

In via del tutto generale si può intendere acquisito che il concetto Champagne è il risultato di un concorso, più o meno integrato, di fattori enologici e il riferimento alla vigna non è stato così rilevante.

Poi il tempo passa, le variabili aumentano e si specializzano, gli Champagne senza annata e senza vigna iniziano  a ribellarsi, recuperano identità chiamandosi multimillesimi e cercano di agganciarsi alla loro origine sorpassando l’effetto mediatico e luccicante della parola Champagne.

L’innesco della retromarcia culturale, intendendo con ciò l’attivazione di uno studio storico ha riesumato in questi ultimi anni il concetto di clos e reso positivo il valore del nome del vigneto.

Però parliamo di clos! Indagando sulla storia di questo vino, i testi citano che i clos riscontrabili dalle tracce inchiostrate dei primi duecento anni di storia si contavano sulle dite delle mani: quindi erano dieci.

Il più eroico è il Clos de Mesnil (ex Clos du Tarin), il più webbizzato è il Clos d’Ambonnay, il più accessibile il Clos de Goisses.

Clos è identificabile nell cultura enoica francese come un vigneto che si innalza qualitativamente dai filari circostanti, ed era quindi separato e custodito dai vicini con l’aiuto di muretti in pietra, che alcuni storici ritengono dovessero essere geometricamente quadrati.

Questi sono gli attuali clos in Champagne: Clos du Mesnil (Mesnil sur Oger),  Clos d'Ambonnay (Ambonnay),  Clos du Moulin (Chigny les Roses), Clos des Chaulins (Pargny les Reims),  Clos Cazals (Oger),  Clos des Goisses (Mareuil sur Ay), Clos des Champions (Cumières),  Clos des Plants de Chênes (Moussy),  Clos Saint Jacques (Ay), Clos Chaudes (Ay),  Clos Saint-Hilaire (Mareuil sur Ay), Clos Virgile (Beaumont-sur-Vesle),  Petit Clos (Bouzy),  Clos l'Abbé (Cramant),  Clos Notre Dame (Vertus),  Clos des Bergeronneau (Villledommange), Clos Lanson (Reims). Tutti questi, a modo loro, rappresentano qualitativamente qualcosa al di sopra delle vigne circostanti, se non altro per un concetto di identità.

Adesso ne è arrivato un altro, che salutiamo con calore: Les Clos Pompadour. Già il nome richiama l’epopea voluttuosa dello Champagne, un’era condita di trasgressione, di simbolismi eroticheggianti, di dismissione di costumi.

La Maison che si è gettata su questo progetto è Pommery, l’occasione dell’uscita è concomitante con i 175 anni di vita (era il 2011).

Il Clos Pompadour nasce dai cosi detti “vigneti di città” (si fa per dire), cioè quei vigneti pseudo urbani perché quasi appiccicati a Reims.

È una cuvée a base Chardonnay con ammiccanti contributi di Noir e Meunier, tutti da raccolta 2002, ma non dichiarata in etichetta (chissà perché? Ndr), sta comunque quasi nove anni “sur lies”.

Non è possibile affermare che non sia superbo, però poteva essere più “clos”, più territoriale nell’espressione minerale e con un profilo odoroso più collegato all’autolisi. L’insieme organolettico è salvato dalla grande qualità del millesimo e dal 75% di Chardonnay, un po’ di dubbio lo genera il 5% di Meunier (a che pro? Ndr).

Il gusto si finalizza in un tono saporifero acido dall’effetto fresco ancora vibrante e agrumatamente citrino, che tenta di avvicinarsi alla Cuvée Louise ma non riesce nemmeno a stargli in scia.

Sicuramente margini di miglioramento in quei dettagli organolettici che marcano le distinzioni tra l’essere e il non essere oustanding sono possibili, per ora restiamo con un’euforia degustativa un po’ contenuta, pur lanciando la freccetta della finezza nel punto più stretto del bersaglio qualitativo. Che dire? Evviva anche per questo Les Clos Pompadour.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)