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Dal Saslà allo Chasselas

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martedì 4 marzo 2014 17:00:00

Un viaggio improbabile, un’emigrazione desueta: s’è mai visto un bolognese doc emigrare in Svizzera per qualcosa di diverso dall’amore? Beh, la risposta più corretta è di sicuro no!

Eppure i due territori che vi raccontiamo hanno una curiosissima affinità, anche poco immaginabile.

Saslà è nel volgo emiliano la traduzione di Chasselas, e lo Chasselas è un’uva che ha bussato alle porte dei vignaioli del nord della Francia, del sud della Germania e della Svizzera, cercando un’apertura di credito organolettica.

Sono stati sempre tempi duri per lo Chasselas, a partire dalla Champagne dove fu presto “rimpatriato” nell’est, perché non riusciva a convivere con la fragranza e la delicatezza di gusto: duro, ruspante, nervoso, vegetale, aromaticamente neutro, forse gli faceva troppo freddo nel 1700, per cui era inutile ostinarsi a produrre del vino.

Lo Chasselas lo si coltivava nei colli di Bologna, tra Monteveglio, Bazzano e Casalecchio, e nel dialetto del luogo lo chiamavano Saslà: anzi lo chiamano ancora così. Non lo usavano per fare vino ma per uva da tavola, che dicevano fosse molto raffinata, sostanziosa, succosa e gustosa, bella da osservare per la buccia traslucida e sottile, di colore dorato quasi accecante quando la maturazione giungeva a perfetto compimento.

Nei primi decenni del 1900 visse un periodo di notorietà, vi confezionavano il “plateau”, (vassoio in legno) che opportunamente infiocchettato raggiungeva le tavole degli italiani e riusciva a toccare anche alcune nazioni del nord  Europa, fino quasi al periodo natalizio.

Poi s’è perso, ucciso dalla concorrenza spietata di zone agricole più a buon mercato a cui è seguito anche un cambiamento di abitudini alimentari.

Una storia un po’ melanconica, segnale di un tempo in cui il romanticismo ancora riusciva a respirare.

Di colle in colle raggiungiamo lo Chasselas in Svizzera. Ad Agiez, nel Vaud, la coltivazione dello Chasselas fu abbandonata a cavallo tra il 1940 e il 1950, dopo oltre cento anni di produzione di vino con la denominazione Côte de Bellevue. Non fu un abbandono per mancanza di commercializzazione, c’erano allora problemi di meccanizzazione, con vigne troppo ripide e faticose da lavorare manualmente, con un’idea di viticoltura che si lasciava ammaliare da un’invadente applicazione tecnologica che si presentava come il rimedio a molti problemi.

Ciò fu validissimo per produzioni non artigianali, ma qui la remuneratività  avrebbe subito una disastrosa contrazione perché gli investimenti in meccanizzazione nel vigneto erano quasi impossibili, la vigna era troppo ripida, terrazzata, estrema.

Poi ci fu il risveglio, che si è compiuto nel 2010 con la rinascita delle viti, anche di Chasselas, nelle ripidissime pendenze che sovrastano l’Orbe.

Il rianimatore si chiama Yves Poget, che nel recuperare il tutto ha scelto anche la strada della diversità biologica del vigneto, che tale era agli inizi del 1900, e che è restata intatta dopo l’abbandono della viticoltura.

Un esempio coraggioso e una dimostrazione di rispetto anche verso lo Chasselas, anzi Fendant.

L’intenzione è di rendere essenziale il profilo organolettico del vino da Fendant, tirandogli fuori il meglio in un frutto maturo e un floreale meno amaricante possibile, allontanandolo dal troppo erbaceo, per riconsegnargli una sana vivacità in acidità e una mineralità capace di arricchirlo in sapidità.

A questo Chasselas gli facciamo un augurio, al Saslà gli doniamo un po’ rimpianto.

AIS Staff Writer

 

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