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mercoledì 10 ottobre 2018 08:30:00

Davide D'Alterio, fiorentino, trent'anni, è il vincitore del titolo di Miglior Sommelier del Lambrusco 2018. Al secondo posto si è classificato Isacco Giuliani di Ferrara; terzi, a pari merito, Fabio Vezzani di Reggio Emilia e Luigi Salvatore Scala. di Napoli. Davide, entusiasta e determinato, ha scambiato quattro chiacchiere con noi.

Sommelier poco più che ventenne, Miglior Sommelier della Toscana nel 2017 e adesso Miglior Sommelier del Lambrusco. Sembra che i tuoi progetti lavorativi abbiano avuto sempre a che fare col vino. O no?

La ristorazione mi ha sempre affascinato. Il sogno e la determinazione di lavorarci attivamente, all’interno, è scattata da adolescente; la passione per il vino ha fatto il resto! Ho dedicato un breve periodo della mia vita alla decorazione d’ interni e all’edilizia, quindi diciamo quasi da sempre!

Mica facile avere a che fare con il Lambrusco. Ne esistono sessanta cloni, anche se sono sei quelli più utilizzati. Ciascuno vanta peculiarità, caratteri e vicende individuali. Come sei riuscito a prepararti per il concorso?

Mi son lasciato travolgere! Ciò che adoro fare per prepararmi a un concorso, in primis, è visitare il territorio il più possibile, lasciarmi contagiare dal modo di pensare, dalle abitudini, dalle tradizioni, dai sapori. Vi posso assicurare che in Emilia è molto facile lasciarsi persuadere!

Saresti più incline a parlare di Lambrusco, al singolare, o di Lambruschi?

Fondamentale è usare la pluralità quando si entra nel dettaglio: le varianti sono infinite. Impossibile paragonare un Sorbara a un Barghi, o ad un Grasparossa, per non parlare dei metodi di produzione diversi, che creano una differenziazione esponenziale. È oltremodo vero che mi piace parlare di Lambrusco come concetto che fonde territorio e tradizioni, quindi necessito di parlarne in entrambe le versioni.

Prima guardato con sufficienza, poi diventato icona. Il Lambrusco, ormai, si presta a diversi tipi di vinificazione: ancestrale, Charmat, classico. Pensi ce ne sia una capace, più delle altre, di interpretarlo meglio?

La sufficienza con cui veniva guardato è sempre stata complice di poca cultura a riguardo, perché è un vino profondamente radicato nella storia. La sua grande versatilità rende sofisticata la scelta di un metodo. Personalmente ritengo che l’ancestrale riservi ogni volta una sorpresa e che il metodo classico sia una garanzia in eleganza e complessità.

Quando si parla di Lambrusco, al di là della tecnica di rifermentazione prescelta, effervescenza è la parola imprescindibile che viene in mente. Eppure, il Lambrusco “fermo”, senza bollicine, è una realtà, piccola ma ammessa, come nel Reggiano. Un controsenso? Cosa ne pensi?

Il Lambrusco deve aver le bolle! Ho assaggiato qualcosa di interessante: produttori ne fanno versioni con fermentazioni in stile “Amarone”, qualcuno fuori dall’Emilia produce da vigne secolari qualche interessante vino da “Lambrusco foglia frastagliata”. Penso però che ciò che sia importante comunicare è un immagine ben definita di un prodotto; il resto può servire ad aumentarne la curiosità. Utile quindi, ma mai dimenticarsi da dove siamo partiti.

Tra tutti i vini provati prima e durante il concorso, ci sono dei produttori, e dei vini, che ti hanno particolarmente colpito?

La lista è lunghissima! Non c’è dubbio che il primo Lambrusco che mi stregò fu il Rosè di Cantina Della Volta. Il Sorbara quindi lo porto nel cuore, in tutte le sue versioni, con Paltrinieri tra i miei preferiti.

Impossibile, inoltre, non citare Gianluca Bergianti, una persona meravigliosa, che ogni giorno insegna un mestiere e dona energia a un gruppo di ragazzi autistici, che lo vengono ad aiutare in cantina e nei campi, dove trovano la possibilità di prendersi cura di qualcosa a cui si affezionano, dimostrando come la vera forza di un vino sia nella mano e nel cuore di chi lo produce. Questa bellezza l’ ho vista con miei occhi, e gustata tramite un calice di San Vincent (ops.. forse un’anteprima).

Ho trovato tra le colline di Castelvetro, oltre a un suggestivo panorama, anche una grande serietà nelle produzioni: Fattoria Moretto ne è un caposaldo, e, sempre lì, Vittorio Graziano mi stupisce ogni volta con il suo Smilzo.

Per i più curiosi. Ti ricordi quali domande ti hanno proposto? Quali abbinamenti sono stati oggetto della prova?

Le domande sono state le più disparate. Una su tutte quella che domandava i quattro sottotipi del Lambrusco di Sorbara, oppure di riconoscere, tramite una foto, l’antico e suggestivo sistema di allevamento Bellussi.

Un abbinamento? La scaloppa di foie gras con cipolle caramellate, mela e tartufo nero. Non pensate che si possa abbinare al Lambrusco? Io ci ho abbinato il DDR di Cantina Della Volta; provare per credere!

Qual è il tuo prossimo obiettivo come sommelier AIS?

Mi piace che tu abbia usato la sigla AIS. Difatti uno dei miei prossimi obiettivi è incentivare, giovani e non, a lanciarsi in questo mondo di sensazioni e cultura, qual è il mondo del vino. Ais sempre di più ne è la risposta. Spero di riuscire con la mia passione a trascinare qualcuno in questo vortice di emozioni!

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere la strada dei concorsi?

Questa è una domanda ricorrente. Il mio pensiero a riguardo è cambiato ultimamente. I concorsi, se presi con serietà, sono duri, lunghi da preparare e tosti da sostenere; ci vuole determinazione per mettersi alla prova. Tutti i giorni, negli occhi dei miei colleghi e amici sommelier, leggo interesse, curiosità, passione. Una scintilla brilla sotto ogni spilla AIS.

Catapultarsi nel mondo dei concorsi significa mettere alla prova quel sentimento, quel coinvolgimento che vi ha spinto a fare quattrocento chilometri per vedere quella cantina dall'altra parte dell’Italia, o che vi ha fatto brillare gli occhi dopo l’assaggio di un vino del quale avevate solo letto sui libri. Consiglio a tutti gli amanti del vino di lasciarsi guidare dal desiderio di mettere alla prova la loro passione!

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)