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venerdì 15 giugno 2018 08:30:00

C’era una volta l’enofilo curioso, in continua ricerca del nuovo, dello strano, dell’inconsueto, che esordiva durante la scelta di un vino da una lista affermando: non prendiamo i soliti. Tutti lo guardavamo un po’ in cagnesco, quasi a voler dire: "e che berrai mai a casa tua?" Adesso questa curiosità verso il nuovo e lo strano è diventata un momento “cult”, nel senso che se non lo sei, rischi di essere out, sei eno-obsoleto: cerca di oltrepassare il confine del convenzionale, esci dal trend!

Non stiamo qui a elencare quali siano i vitigni, oppure le zone, ricche per loro natura di stranezza, che si sono affermate nelle concentricità cerebrali degli eno-curiosi e/o dei border-sommelier; noi cercheremo di chiederci il perché, con l’aiuto di qualche opinione di wine-writer tra i meno allineati, e non esagitati.

Il movente che agita la curiosità è distaccarsi dai soliti gusti, intendendo per solito l’usuale espressione, non solo ampelografica o enologica ma anche di standard in macro area viticolturale, semplicemente perché il non catalogato non è per forza inferiore, l’areale viticolo non benedetto da complicità politica non è per sua natura bislacco e “l’essere al confine di”, o “ai margini del” non è che sia uscito fuori dalle mura grazie alla legge Basaglia.

È quasi come una rivoluzione degustativa, contro quelle espressioni organolettiche che si sono affermate a partire dalla fine degli anni 70 e che hanno ridotto il vino a personalizzarsi in pochissimi vitigni, peraltro ingabbiato in un sistema di produzione catalogato e catalogante. Molti vini si distinguevano nel non essere differenti, un vero paradosso, che a mente fredda rischiava di impedire l’esperienza nel vino, perché l’esperienza se si trasforma nell’essere esperto (ed è normale) è un tuffo nel passato, invece fare esperienza significa anche mettersi di fronte al non sapere quel che accadrà, avvicinarsi allo sconosciuto. Molto eloquente in merito è il saggio di Nicola Perullo, “Il gusto non è un senso ma un compito”, che penetra all’interno di questa eno-diatriba degustativa. Alla luce di quanto trattato nel saggio, tuffarsi dentro i nuovi vitigni, i nuovi vini e i nuovi terroir consente al sommelier di esperire, quindi attraverso quest’azione va incontro all’atto immaginativo e creativo della percezione, perché andare incontro allo vino sconosciuto è fare esperienza, percepire il senso del vino conosciuto (degustare ciò che si è acquisito) ci fa esperti, e questo non basta, soprattutto oggi. 

Degustare l’acquisito è una trasmissione, sintonizzata di vendemmia in vendemmia, sperimentare è il fare che corre verso la conoscenza, si costruisce quel nuovo che allarga gli eno-orizzonti, pur nella consapevolezza che i vini strani non significano qualità assicurata, però lo stesso dicasi per l’altra parte. Tirando le somme, o meglio scrutando il fondo del bicchiere, per non lasciare l’essere esperto al singolare, il mettere in opera la sperimentazione degustativa dei vini, dallo strano al “normale” (inteso come noto) consentirà di acquisire quel qualcosa che colloca al plurale l’esperto, non più di vino ma “di vini”.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)