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giovedì 14 maggio 2020 08:30:00

Vin de France designa dal 2009 i vini che in Francia erano chiamati Vino da Tavola, legislativamente è il livello più basso della classificazione. Possono essere indicati, in base alla legge, il nome di alcuni vitigni, come peraltro accade anche in Italia. Può essere indicata la vendemmia, ma non può essere riportata alcuna specifica zona di produzione, tranne France: Vin France. La nascita è stata un po’ controversa e dibattuta, perché per alcuni la dizione fu stimolata dalla crisi dell’industria vitivinicola conseguente alle varie concause commerciali verificatesi tra il 2007 e il 2008. L’aspetto creò preoccupazione in una certa parte della filiera vitivinicola dei vigneron tutto terroir e tradizione, perché credettero che fosse una legge vantaggiosa per l’industria del vino, che si sarebbe ritrovata a spendere un nome, Vin de France, con un potenziale molto accattivante e si poteva prestare a chissà quali alchimie. Non è stato così. I vigneron ortodossi, nonostante i fondati timori, non avevano del tutto ragione. Bastava leggere un po’ della loro storia. Nel 1896 Château Palmer infranse il tradizionale blend della zona di Margaux aggiungendo all’Historical XIX Century Wine circa un 15% di syrah proveniente dalla Côte Rôtie e Cornas: il vino esiste ancora, non è AOC ed è straordinario. Ci sono moltissimi altri esempi che testimoniano che un Vin de France può essere il meglio del meglio, basta ricordarsi di Michel Rolland, Jean-Luc Thunevin e di Olivier Humbrecht, o ai vini da vecchissimi vitigni riscoperti da Jean Ganevat nel Jura e Comte Abbatucci in Corsica, e ce ne sono tanti altri, ormai famosissimi: Marc Angeli ad Anjou, o ancora Pierre Cros con Mal Aimés, che in barba a tutte le regole legislative ampelografiche ha piantato anche del nebbiolo; o ancora Daumas Gassac, che partì con un semplice vino da tavola. Ciò porta a considerare che non tutti i Vin de France sono tali perché non trovano spazio nella AOC o nell’IGP, può essere una scelta del viticoltore e spesso una scelta coi fiocchi.

Tra i recenti Vin de France degustati mi piace segnalare il vino di Christine Eyraud, propriétaire récoltant a Caissargues, il nome del vino è semplicissimo: Domaine de Rapatel.

Chiaramente in vigna e in cantina c’è tutta naturalità, quasi una viticoltura omeopatica nel campo, e in cantina, lascia che sia. L’idea del vino Eyraud è in pieno stile Vin de France, con il controsenso che c’è più terroir qui che in una minuscola e costosissima AOC.

Domaine de Rapatel è un bianco ottenuto da acini maturati a uno stadio di evoluzione in pianta che, forse, parlare di surmaturazione può sembrare un puro eufemismo. Caissargues è un piccolo comune tra Nimes e Arles, siamo quasi in Camargue, notoriamente un territorio poco adatto ad accogliere i vigneti. I vitigni impiegati con più frequenza sono bourbolenc, chasan e roussanne, ma a detta dell’amico Raffaele Bonivento c’è anche del rolle e non solo.

Domaine de Rapatel 2016 si colora di giallo dorato, quasi il colore del sole o dei girasoli di Vincent Van Gogh o quello della sua casa gialla ad Arles. La pienissima maturità del frutto compone una florealità che scivola nel miele, nei fiori del tiglio, nella ginestra, il fruttato ha una semplicità disarmante, è tutto un giallo, di nuovo, pesca gialla quasi sciroppata, purea di mango e un profumo canicule che secca le erbe aromatiche e fa tanto garrigue. Il gusto ha la pienezza dell’immediatezza morbida e sapida, un’avvolgente voluminosità liquida, sotto sotto respira l’acidità al sapore di frutta tropicale, sembra guava. Nel finale, il vino scivola via trattenendo un retro aroma di mandorla bianca al miele. Attenzione: va caraffato. Va servito a 10°C, e non abbiate timore ad abbinarlo con i cibi piccantini come il cacciucco, oppure azzardate con una pizza alla n’duja o con salsiccia e friarielli.

Roy Zerbini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)