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martedì 29 marzo 2016 10:00:00

Quando il vino italiano fu scosso dalla prima eno-rivoluzione concausata da ammatassanti accadimenti, le donne che facevano vino si contavano sulle dita di una mano o giù di lì. Si parla di fine anni ’70 (secolo scorso), si parla dell’avvento dei “Supertuscan”, si parla dello scandalo del metanolo e della disfida di Parigi, giusto una quarantina d’anni fa.

Quella neo evoluzione enologica (per non chiamarla rivoluzione) fu il frutto del lavoro dei primi enologi (tutti al maschile), della loro determinazione a inseguire la costruzione di una forma organolettica per irrobustire il vino e renderlo muscolare sia nei toni maschili che in quelli femminili.

Il risultato dopo trenta anni è sotto gli occhi di tutti coloro che a quel tempo c’erano e che possono elaborare dei paragoni, che confluiscono in una visione del vino a dimensione pluralisticamente non femminile, quindi l’indole eno-nerbuta del rincorrere una visione del vino definita dai nuovi giornalisti del vino, specialmente quelli di lingua anglofona, in grado di posizionare le idee organolettiche in nuovi floridi mercati,  avvalorando gusti “rotondi”, “fatty e juicy”, spingendo i corredi odorosi sul tappeto della tostatura da legno nuovo, addolcendo anche i contorni dei naturali precursori d’aroma di moltissimi vitigni.

Quei costruttori di vino si incanalarono sui facili binari della concentrazione fruttata (un gran ben di Dio), plasmarono immediate morbidezze e spesso il tutto dell’eccellenza si giocava nei primi sorseggi degustativi; quegli enologi evitarono di presentare la loro personalità, di raccontare le intenzioni e si trovarono a presentarsi come dei wine-maker assoggettati al mercato e non a ciò che avrebbe voluto la loro indole. A distanza di anni si potrebbe essere propensi a pensare che sia mancata della fantasia, che non si siano voluti correre rischi, che quell’internazionalizzazione dei caratteri organolettici era un sicuro porto in cui far approdare l’eccellenza. Tutte quelle rotte enologiche sono confluite nel vino da degustazione, poi da concorso e infine da speculazione finanziaria. È giunto il momento di immaginare un nuovo vino, per ripercorre, magari a ritroso, quella verve di fine millennio e riagitare le acque in cui è confluito troppo sciroppo con alcol. Per questo vediamo molto di buon occhio le donne-winemakers, perché ci aspettiamo da loro una rinfrescata e una riverniciata ai vini, speriamo molto che quelle sensibilità psicologiche in cui sono maestre si materializzino nello spirito del vino, facciano uno sgambetto allo status quo costruito dai maschietti e inizino a narrare le loro storie e le progettualità enologiche evitando di allinearsi alla convenzionalità del fare di stampo enologico maschile. C’è voglia di tornare ad acquistare vino non per il degustare, non per lo stoccaggio prolungato in cantina, c’è voglia di acquistarlo perché dietro c’è qualche storia da raccontare e lui – il vino – diventa finalmente, anzi di nuovo, il suo essere storia. Quindi le benvenute intrusioni del femminile nel sostantivo maschile vino devono comporre nuovi maquillage, non più all’inseguimento di ciò che già c’è per affiancarlo, ma deviare verso nuove alchimie di pensiero e di sostanza, per correre sulla corsia opposta e traguardare nella novità, magari anche ribellandosi all’ufficialità e alla mediaticità. Noi sommelier non erigeremo barriere, non useremo il verbo “prescindere”, saremo lì, attenti come sempre, curiosi come non mai e sapremo dare un contributo costruttivo.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)