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venerdì 22 agosto 2014 15:30:00

L’ascesa del Prosecco è stata prorompente e dilagante. Strategizzata? Forse no! Di certo c’è che tutto sembra poter diventare – ahinoi – Prosecco e nel frattempo anche il Prosecco sembra poter diventare onnipresente.

In mezzo a queste due estremità ci sta il buono e il cattivo, il vero e il falso, l’essere glera o l’avere glera.

Chi di Prosecco ferisce… di Prosecco perisce! Vorremmo che questo diventasse un auspicio, perché chi sta demistificando e insinuandosi con sotterfugi nella personalità del Prosecco (vino), trasfigurandosi nel nome e giocando sugli equivoci o sul non sapevo, sta veramente lacerando un tessuto viticolo molto remunerativo.

C’era da aspettarselo un assalto, un accerchiamento al Prosecco a base di succedanei e di surrogati, ben arredati e accoccolanti per l’occhio avido e assetato dell’acquirente del tempo che fu.

Il lato più esposto sembra quello dello spritz, perché interpretato con molta faciloneria come un mix al ribasso economico e non come immagine di valore enologico miscelato; e altrettanto spesso il Prosecco per la flûte diventa più ammaliante per l’essere agghindato così bene da non individuarne l’identità.

Nel rinnovato ultimo gioco legislativo delle denominazioni di origine un po’ di confusione è stata creata e da lì sono iniziate le incursioni artefatte sul prodotto, tanto che lo scorso anno enfatizzarono giustamente la notizia della creazione del “Ranger del Prosecco”, il cui compito era (e forse lo è ancora) quello di controllore, ciò detto però avvalora certamente il fatto che da qualche parte un problema esiste.

A parte la lodevole iniziativa, l’altra dovrebbe essere un’auto iniziativa di registrazione qualitativa del prodotto glera per Prosecco, perché il vino non è stato immune da sbandamenti in dirittura di arrivo.

Un vino che non ha sbandato è il Valdobbiadene Rive di Solighetto 2013 dell’Azienda  Agricola Spagnol.

Sono stati quelli di Fred (Udine) a segnalare questo Prosecco e noi lo abbiamo accettato di buon alcool (11%). Ha spuma chiara e compatta, di quella che non insiste attaccata al vetro.

Ha il colore del Prosecco, quel giallo paglierino miscelato alla neve. Il profumo ha una precisione “aromatica” di classe svizzera: pera Williams, fiore di acacia che vira al dolce del gelsomino con un finale moscateggiante (rosa bianca di campo). Pur con una potenza olfattiva non dimensionata nel vigore (e meno male), la proiezione odorosa è elegante ed equilibrata. Il suo gusto riesce a fondere la CO2 e la fresca espressione di un’acidità che scrocchia al pari di uno spicchio di pera o di mela maturate la punto ottimale. Anche il “dolce” fruttosio (da maturazione dell’uva) esegue a puntino il compito di rendere cremoso il finale di gusto.

Diceva Peynaud: una CO2 con un frizzante poco armonizzato con le altre durezze può creare un senso di metallico: non nel sapore, semmai nel retro aroma. Questo è un Prosecco che non ha quella combinazione, così piacque, tanto da meritarsi l’adattamento di un aforisma: la semplicità è la forma della vera grandezza della glera.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)