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mercoledì 19 giugno 2013 10:00:00

Dopo lo scandalo della vendita da parte di Charlie Trotter di un Romanée Conti 1945 magnum, che l’azienda non aveva prodotto a causa della scarsità del raccolto, il mondo del vino non è restato immune da queste circostanze poco eleganti.

La Cina si sta dimostrando un mercato molto appetibile per quei vini che sono internazionalmente  chiamati  “fake wine”; forse sarà per il crescente incremento di consumo, tanto che alcune fonti, non si sa quanto ufficiali, indicano la nazione del fiume giallo come il quinto consumatore di vino nel mondo.

Il mercato del vino cinese è tutt’oggi ancorato a un semplicistico concetto di commerciabilità, nel senso che più è costoso e più deve essere acquistato. Lo stesso discorso lo fanno con l’automobile. Mentre la falsificazione dell’auto è impossibile, la bottiglia di vino è più sensibile a scambi di immagine o all’uso di descrizioni fuorvianti.

Un caso emblematico è quello dello Château Lafite 1982, le cui casse di vino circolanti in Cina sembrano superiori a quelle realmente prodotte dal Domaines Barons de Rotschild.

Poi addentrandosi nella questione si nota che non c’è un’etichetta copiata, semmai un nome storpiato, come Chatelet Lafite.

Lo stesso è accaduto al Mouton-Rothshild e chissà a quant’altri ancora non riconosciuti.

Molto agguerrita in proposito è l’azienda che produce il Penfolds, che vede il mercato invaso da un’etichetta uguale in tutto e per tutto a quella originale, colore dei caratteri inclusi, solo che al posto di Penfolds si legge Panfaids.

A detta dei consumatori cinesi più navigati e dei giornalisti locali, sono moltissimi i cinesi che cadono in questo trabocchetto, perché da una parte non conoscono il vino, dall’altra la lingua in cui è espresso il nome non li aiuta per niente.

Poi si conoscono anche le falsificazioni macroscopiche, come il Romanée Conti di colore bianco! Beh, in questo caso verrebbe da dire che non c’è cinese che tenga! Qualcuno da qualche parte deve alzare un po’ la voce, una tutela è indispensabile, altro che parlare di dumping, così come si ventila in questi giorni.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)