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martedì 7 aprile 2015 16:30:00

C’è da qualche tempo del malumore, più o meno celato, nel mondo della filiera vitivinicola francese che scaturisce da alcuni aspetti interpretativi della legge Évin emanata nel 1991.

In sintesi la legge proibisce la pubblicità dell’alcol in televisione e nei cinema, stabilisce anche un controllo nei messaggi e nelle immagini e obbliga l’inclusione di una dicitura che pressappoco recita: da consumare con moderazione.

In verità la Francia non è sola in questa situazione, le fanno compagnia la Norvegia, la Russia, l’India, il Kenia e altri.

Che gli abusi siano comunque non positivi è ormai accertato in tutte le condizioni operative e interpretative possibili e immaginabili, però anche l’abuso di un uso legislativo, facendolo passare come momento interpretativo di ciò che nella legge è riportato, diventa un possibile punto di analisi e di dibattito, al fine di chiarire e sgombrare il campo da eccessi: ma eccesso è o non è uguale ad abuso?

Torniamo alla legge Èvin perché in questo momento è molto dibattuta in Francia. La legge del 1991 regolava l’aspetto pubblicitario dell’alcol in un mercato in cui il web, i social network e quant’altro di diabolicamente futuristico non era ancora stato pensato. Adesso tutto è cambiato e la legge si trova non al passo con il nuovo, per cui i suoi colpi di coda sono pericolosissimi.

Sembra che in Francia sia in corso un’offensiva anti proibizionista e salutista, che mira a produrre delle misure restrittive sul vino che non trovano precedenti nella storia dei nostri cugini. E qui ecco l’eccesso delle parole: la Francia deve smettere con il vino, è un prodotto nocivo e pesa sulle finanze dello stato in rapporto alla sicurezza sanitaria e sociale.

Non si è certi ancora dove il legislatore – e le lobby collegate – vogliano andare a parare, ma si parla di irrigidimenti fiscali e nuove tassazioni.

Ma quel che c’è ancora di nuovo e di pericoloso, è che è già partita l’estensione dell’applicazione della legge Évin al mondo di internet e dei social network.

Già usare Facebook inserendo uno slogan e/o una scritta in cui si paventi un’idea di attirare al consumo di alcol può portare a essere indagati, perseguiti e condannati (è successo a Ricard).

Lo sappiamo benissimo quando ci si incaglia in qualcosa che non si riesce a stringere materialmente, a forza di agitare le mani, si colpisce il colpevole e l’innocente. Infatti stanno parlando di limitare l’accesso ai siti del vino a soli professionisti, pensano di non fare apporre pannelli pubblicitari intorno alle scuole, limitando di fatto la loro presenza solo nei territori che producono vino. Infine è in previsione un irrigidimento informativo che avvicina il vino al tabacco, con la formula: l’alcol è dannoso alla salute.

Facebook e i social collegati, o i blog sul vino, potrebbero costituire il futuro problema da regolamentare, perché il semplice racconto di un vino degustato, con l’invito a condividerne anche la sola emozionalità, rischierebbe di scivolare in una persuasione più o meno occulta verso l’alcol.

Il nuovo indirizzo di legge sarà in aula a partire da 7 aprile 2015, e già si annunciano moltissimi emendamenti per proteggere un’attività vinicola molto redditizia in termini di percentuale del prodotto interno lordo e ancor di più per l’immagine dello stato francese.

Questa pseudo demonizzazione, o presunta tale, che tenta di affermarsi vicino ai nostri confini, desta qualche perplessità e crea un po’ di apprensione, perché se un paese intriso di civiltà enoica come la Francia, si trova a dover fare i conti con la spersonalizzazione del vino, che lo si vuol spogliare della sua indiscussa personalità di prodotto legato al territorio (quindi  pieno di autenticità che partecipa alla cultura del piacere), ebbene, non vorremmo che ciò s’allargasse ad altri centri di pensiero non domestici e costruisse la sola ideologia del proibire, proibire, proibire a tutti costi.

Un parlamentare francese s’è così espresso: ridurre il vino all’alcol è testimonianza di non cultura. Non ci resta che approvare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)