Statistiche

  • Interventi (1563)
  • Commenti (0)

Archivi

venerdì 23 maggio 2014 14:30:00

Durante il Medioevo c’erano alcuni territori in Italia che producevano vini simili a quelli importati dalla parte orientale del Mediterraneo, principalmente nell’area greca.

I vini bianchi di questa tipologia venivano prodotti con molti vitigni, il cui comune denominatore era quello di essere chiamati Greci o Grechetti, non escludendo né includendo il fatto che provenissero realmente dall’arcipelago greco.

Il Grechetto Bianco lo cita già Molon nel 1906, e non ci sono controdeduzione sull’accettazione del fatto che sia originario della Grecia, ma questo poco importa perché, in qualche modo molti vitigni mediterranei hanno rapporti di parentela con il Peloponneso.

Secondo quanto riportato da Calò, Scienza e Costacurta il Grechetto Bianco ha identità uguale al Greco di Todi, al Pignoletto e alla Ribolla riminese, mentre ha diversità rispetto al Grechetto di Orvieto e quello di Tufo.

Il Grechetto bianco è restato per molti anni in un inspiegabile anonimato enologico, impiegato per impreziosire, e spesso non ce la poteva fare, il Trebbiano Toscano (Procanico) e quello Spoletino. Di quest’uva si apprezza il verdolino e brillante del colore, la sua moderata acidità e il delicato e fine aroma di frutta a polpa bianca: più un ricordo di pera che di banale mela trebbianica. Nel suo corredo odoroso non mancano nemmeno spunti gusto olfattivi di frutta esotica, di agrumi e di mandorla bianca.

Da due lustri il Grechetto Bianco ha trovato il suo meritato spazio individuale nel panorama enologico dell’Umbria, molto probabilmente per una complessiva non pretenziosa finezza, per la sua semplicità di gusto sapido e perché è un vitigno che ha qualcosa da raccontare se non altro per la sua antica origine.

Il vino degustato è stato Colle Ozio Umbria Grechetto 2012, Leonardo Bussoletti, viticoltore in Narni, gradi 13%.

All’aspetto tutto fila liscio nell’indagine, la cromaticità è quella che deve essere, idem per limpidezza e consistenza.

Non è un mostro nell’intensità del profumo, è però stuzzicante nel ricordo di acacia, di pesca gialla e di pera cotogna; sono profumi che si rispettano l’un altro ed escono dal bevante con ordine. Il gusto è nettamente composto dal duello alcool e sapidità, infatti diventa strategico per l’equilibrio del gusto e per la proiezione della persistenza che la temperatura di servizio non scenda sotto i 10 °C.

È un vino da tavola, nel senso che necessita della compagnia del cibo per compiere il proprio dovere, e aggiungiamo: finalmente! Lo abbiamo provato con gli spaghetti alle acciughe ed è stato un melting armonioso, lo abbiamo costretto a combattere con una finta cotoletta alla milanese (cioè senza osso) e non è risultato soccombente, infine s’è scontrato con un caprino un po’ stagionato ed è stata apoteosi.

Cos’altro aggiungere? Mah, forse di provarlo con una pizza alla bufala?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)