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lunedì 28 ottobre 2013 15:15:00

Fantastic, direbbero, anzi lo dicono gli inglesi e gli americani, quando si trovano di fronte a qualcosa la cui magica armonia li atterrisce di fascino.

Heverlee si trova in Belgio, nelle Fiandre, fa parte di un comprensorio molto attivo in termini di istruzione universitaria ingegneristica e tecnologica bioscientifica e biomedica.

Insomma un territorio che è tutto in coerenza con il filone industriale (e non) dell’Europa del nord.

Eppure la storia ci racconta una specie di leggenda in questo quadretto di terra strappato alla difficoltosa agricoltura del dodicesimo secolo. Qui c’era, è c’è ancora, un’abbazia dell’ordine dei premonstratensi o norbertini. L’abbazia fu fondata nel 1129 dal Godfrey I, Conte di Leuven, che cedette ai monaci una parte del proprio parco, cosicché l’abbazia prese il nome di Parco Abbazia.

Come molte abbazie del Belgio, anche qui i monaci si misero a fare birra, ciò accadde quasi 200 anni prima che comparisse il brand Artois. Quando lo sviluppo del processo tecnologico e industriale di fare birra prese il sopravvento, il birrificio dei monaci fu costretto a chiudere, una parte dell’abbazia venne demolita e con essa la birra, che lentamente fu addirittura dimenticata: questo accadde verso il XVI-XVII secolo.

Però i monaci sono dei fedeli custodi del loro operato, a quel tempo sapevano scrivere, per cui traccia del sistema di produzione, dei passaggi nel maltaggio dell’orzo e di altro concernente la produzione della birra avevano lasciato nella loro libreria.

A questo punto arriva sulla scena Joris Brams, che ha un pallino fisso: vuole ricreare quel tipo di birra che fece del Belgio il più famoso produttore di birra al mondo, quando il modo di fare birra era religiosamente artigianale.

Questi monaci producevano una birra leggera, dal rifrescante gusto lager e restarono con quella filosofia anche quando le altre abbazie si fiondarono sulle più strutturate birre ale.

Brams ha avuto accesso alla libreria dell’abbazia, s’è gettato sui libri e sugli appunti e ha scoperto quanto talentuosi fossero quei monaci, quanta artigianalità e manualità tecnica riuscivano ad applicare al processo produttivo.

A questo punto, l’anima e lo spirito belga che sonnecchiava in Brams esplode alla vista di questa riscoperta, e gli sboccia il desiderio di veder riemergere la faccia qualitativa dell’autoctona birra belga. Detto fatto, si dice in Italia, ma lo stesso s’è detto Brams, che ha ricreato velocemente il medioevale brand Heverlee. A simbolo e futuro beneficio di questa fantastica operazione, che oscilla tra la fiaba e la leggenda, Brams ha preso spunto tra l’altro dalla scritta forgiata nel vetro delle finestre: “Ne Quid Nimis”, cioè “niente è in eccesso”.

Per la birra Heverlee questo è diventato un perfetto e ancora straordinario leit-motiv dell’appeal qualitativo e di marketing.

Una birra in cui le sensazioni olfattive e gusto olfattive devono misurarsi con i loro eccessi, e con la coscienza organolettica ben sveglia, perché quegli eccessi sono destinati ad annullarsi l’uno con l’altro, a fondersi e ricomporsi nel profumo e nel sapore del luppolo e del dolce amaricante del malto, per creare infine una sottile tessitura di massaggiante sensazione frizzante, con un finale di gusto e d’aroma alla caramella d’orzo leggermente addolcita con miele di castagno.

Forse un gusto d’altri tempi? Forse troppo avanti per quello attuale? A queste due domande non possiamo altro che rispondere con una pinta di Heverlee nel più antico pub della Scozia: lo Sheep Heid Inn,  aperto nel 1360 a Duddingston,  a 30 minuti di bus da Edimburgo.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)