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giovedì 29 maggio 2014 15:00:00

Quaranta anni fa la valle era punteggiata, anzi colorata di bovini che pascolavano beatamente nella fertile e verde pianura, l’odore degli animali impregnava l’aria appena la pressione atmosferica si abbassava. Il corredo a questo allevamento era un’attività agricola in cui primeggiava la coltivazione delle prugne bianche e delle noci: due preziose eccellenze per questo territorio.

Le foglie di quegli alberi frascheggiavano sollecitate dal rinfrescante vento che fendeva le piccole montagnole e si spandeva in tutta la pianura per intercettare le acque del Russian River.

Un ritornello di una datata canzone di Marcella Bella può dare il là a qualche rimpianto e a un po’ di melanconia per qualcosa che non esiste più in questa “nuova” Alexander Valley, poi approfondendo la cosa quel ritornello non ci sta: mi ricordo montagne verdi e le corse di una bambina. Non ci sta! Perché il verde è rimasto, le bimbe possono correre, il territorio è restato integro, sono cambiate le condizioni agricole e dell’allevamento: adesso si coltivano le viti e invece di allevare il bestiame si alleva il vino.

Dicono che quanto Cyrus Alexander assegnò il nome alla valle, era il 1841, una delle prime piante coltivate fu la vite.

La corsa all’oro, che qui produsse pochi sconquassi, non determinò alcuno sconvolgimento del territorio. I pionieri dell’epoca non ebbero fortuna con le miniere aurifere, molti si riconvertirono al mestiere a loro più congeniale: cioè quello del coltivatore.

Tra quei pionieri ci furono anche gli italiani, che ben presto si dettero da fare con la vigna e con il vino. Alcuni nomi? Fanucchi, Mugnaini, Banti, Fiore, Passalacqua e Simi.

Intorno agli anni 60 le prugne bianche cominciarono a subire la concorrenza delle altre nazioni e iniziò una lenta e progressiva riqualificazione agricola che portò alla sostituzione degli alberi delle prugne con la vite.

Il clima non risente della fredda corrente marina, perché la valle è protetta da una catena di colline che s’innalza fino a 800 metri slm. Le nebbia della baia di San Francisco non riesce a salire fino a qui, mentre le correnti umide giungono da Stags Leap e da Carneros. La notte ben fresca, i venti moderati e l’altitudine creano un’escursione termica eccezionale per trattenere acidità e profumi nelle bacche del cabernet sauvignon.

Sì, perché è il cabernet sauvignon il vitigno che più si è adattato alla parte nord della valle, quella più calda: infatti qui perde quegli eccessi di erbaceo e di dispettoso amarognolo che possono deprezzarne la finezza e copre il 60% dei vigneti dell’intera valle.

Molte winery lo miscelano anche con cabernet franc, malbec e petit verdot e altre, poi lo allevano in barrique di legno americano e bilanciano la dolcezza delle spezie che la tostatura apporta con una percentuale di legno francese. La sosta in legno s’aggira in media tra i 12 e i 18 mesi.

Abbiamo provato il Geyser Peak Cabernet Sauvignon Alexander Valley 2009. Quest’annata ha visto l’impiego, oltre al cabernet sauvignon per l’85%, di syrah, malbec, petit verdot e cabernet franc.

Il colore sebbene scuro, con tinta ben granata, ha luccicanti riflessi porpora. I profumi sono in perfetto stile americano. Una passerella di fruttato dolce e maturo, con sentori che ricordano la crostata di mirtilli alla vaniglia, il cassis intriso in un liquore all’anice, spunti balsamici e di erbe aromatiche tipo foglie secche di alloro.

Il gusto è ancora espresso nel tannino, non un tannino piccante, al pepe nero, ma un tannino che dà il la a un amalgama strutturale in cui il morbido diventa setoso anziché sciropposo, poi lo insaporisce con una punta di freschezza mentolata e un finale d’aroma dalla balsamicità rinvigorente.

Siamo distanti dai monumentali cabernet Screaming Eagle, Stags Leap, Martha’s Vineard o Caymus. Lo siamo però anche nel prezzo, non lo siamo nel punteggio e non siamo certi che quei due punti di distanza valgano davvero una scarto in fatto di dollari così marcato.

Intendiamoci, non intendiamo l’obsoleto rapporto qualità/prezzo, ma un equilibrato valore commerciale, e nel Geyser Peak Cabarnet Sauvignon Alexander Valley 2009 c’è tutto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)