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giovedì 11 gennaio 2018 15:30:00

Secondo Carlo Pepi, storico collezionista d’arte toscano, Amedeo Modigliani "ha dipinto più da morto che da vivo". La frase, destinata ad assumere dignità di aforisma, si riferisce all’affaire Modigliani, nato qualche anno fa ed esploso da pochi mesi, con l'esposto di Marc Restellini e dello stesso Pepi, che ha portato al sequestro di ventun opere esposte al Palazzo Ducale di Genova. La perizia, depositata da pochi giorni dal perito Isabella Quattrocchi, fa un gran rumore quando piomba sulla scrivania del giudice : i quadri di Modigliani esposti nel marzo scorso a Genova sembrano davvero tutti falsi, fatta eccezione per un disegno, il ritratto dell’amico Aristide Sommati.

Ne schizzò tanti, Modigliani, di quei ritratti, al caffè Bardi di Livorno: disegni rapidi, liquidati come dessins à boire, schizzi da barattare in cambio di un bicchiere di vino. Se ne sarà pentito, il vecchio proprietario del caffè, di averli usati come carta da camino, quei foglietti scarabocchiati, che tanto rivelavano dell’abilità di Amedeo. Se lo ricorda, Louis Latourrette, giornalista e conoscente di Modigliani, mentre beve bianchi di Vouvray e Asti, da solo, o in compagnia, come quella di Maurice Utrillo, fragile e grande pittore di Montmartre. Tra un litigio e l’altro, i due amici a volte finivano per venire alle mani, crollando gonfi di vino; derubati, una volta, da svenuti, nel bel mezzo della strada. Morto giovane, e povero in canna, ironia della sorte, i suoi quadri diventeranno tra i più costosi e falsificati della storia della pittura italiana.

Non sappiamo se tra i sedici milioni di dollari spesi tra il 2006 e il 2011 figuri anche un investimento su qualche Modigliani, magari un falso di “Uomo con bicchiere di vino” ma Rudy Kurniawan, nel 2012, dopo i milioni, ha guadagnato dieci anni di carcere in una prigione degli Stati Uniti per lo stesso vizio: avere falsificato e venduto, a caro prezzo, decine di bottiglie di vino di prestigiose cantine internazionali. Il gioco, raccontato nel documentario “Sour Grapes”, disponibile su Netflix, era andato avanti per anni, fino a quando, nell’aprile del 2008, Laurent Ponsot, produttore di Borgogna, trovò ad una importante asta di New York il proprio Clos St. Denis: le etichette esibivano orgogliose le vendemmie risalenti al 1959 e persino al 1945; peccato che la prima annata risalisse al 1982. La foga truffaldina di Kurniawan, insomma, aveva attribuito alla famiglia Ponsot almeno una trentina di annate in più, come altri a Modigliani una ventina di opere mai realizzate. Se trent’anni fa la burla delle false teste del pittore livornese fece arrossire di vergogna un intero mondo di critici e collezionisti, c’è da credere, a voler pensar male, che ad alimentare i dieci anni di carcere di Kurniawan abbia contribuito, oltre alla frode e ai danni economici, lo scorno delle decine di presunti esperti di vino, gabbati dal piccolo chimico indonesiano. Ora che il nouveau affaire Modigliani  è esploso, i fenomeni del vino sono avvisati.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)