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giovedì 6 dicembre 2018 09:00:00

Cayuga e Seneca, i due più grandi e profondi; a oriente, Otisco, Owasco e Skaneateles; a occidente Keuka, Canandaigua, Honeoye, Canadice, Hemlock e Conesus. Uno accanto all'altro, come le dita delle manigraffiano gli ultimi lembi di terra americana, a pochi chilometri dal lago Ontario, a metà delle cui acque inizia il Canada.

Il gelo del nordest penetra a fatica le profondità di questi ex ghiacciai, costretto a parlamentare con il dio lacustre come Giorgio III con le Tredici Colonie. Fa freddo, certo, ma Konstantin Frank, ucraino sopravvissuto a due guerre mondiali e alla rivoluzione bolscevica, non teme certo qualche grado sotto lo zero. Sbarcato a New York il 15 dicembre del 1951 a bordo della Blatchford, ha in tasca un dottorato in viticoltura, e in testa nove lingue. Il fatto che tra queste non figuri l'inglese gli costerà, già cinquantenne, duri mesi di lavoro come lavapiatti, premiati, nel 1953, con il trasferimento alla prestigiosa Cornell University.

È il gelo l'ossessione di Konstantin. Nel paese delle grandi occasioni vuole giocare la propria su un terreno scivoloso quanto una lastra di ghiaccio: coltivare viti da vino in una delle zone più rigide degli Stati Uniti. I terreni in riva al lago Keuka, acquistati nel 1958, daranno i primi frutti quattro anni dopo, nel 1962: un riesling in stile trockenbeerenauslese. Nei lunghi trent'anni di lavoro che seguiranno, Konstantin pianterà oltre sessanta varietà differenti, aprendo la strada a quella che è oggi tra le denominazioni più in spolvero del mondo statunitense, la Finger Lakes AVA, creata nel 1982, cui seguiranno, sei anni dopo, due specifiche denominazioni, la Cayuga Lake AVA e la Seneca Lake AVA.

Una fama, ormai, giunta oltreoceano; un ritorno ideale, se vogliamo, a quell'Europa da dove tutto era partito. Così lunedì 3 dicembre, a Villa Taverna, residenza dell'Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, due cantine, la Anthony Road e la Fox Run hanno presentato i loro vini a sessant'anni di distanza da quella scommessa. Corsi e ricorsi della storia, anche Sally Semeria, organizzatrice dell'evento, importatrice di vini americani e sommelier AIS, ha faticato non poco a convincere i restii produttori, certi che qui, nel paese dei mille vitigni, non ci fosse posto per i loro chardonnay, riesling e traminette. Così non è stato: la curiosità e l'apertura degli amanti del vino non si è fatta attendere, premiando la tenacia di Sally e la fiducia dei proprietari delle cantine.

I VINI

 

Unoaked Chardonnay 2017 - Anthony Road. Solo acciaio. Secondo l'immaginario collettivo, gli chardonnay statunitensi sono legati in maniera indissolubile al legno; la cantina fondata da Ann e John Martini nel 1973 lo sa, e ci tiene a mettere le cose in chiaro sin dall'etichetta, dove accanto al vitigno, coltivato sulle rive del lago Seneca, compare chiaro l'aggettivo unoaked, non passato in legno. L'annata è stata fresca, portando con sé profumi di agrumi, erba tenera e susina; sorso spensierato, sapido e citrino.

Riesling Dry 2016 - Fox Run. Nonostante il variopinto parterre di cultivar per cui è nota la zona, il riesling rimane il re incontrastato della denominazione, e assume caratteristiche differenti a seconda del lago, e della riva, in cui viene piantato. Non per niente Scott e Ruth Osborn, proprietari dell'azienda dal 1994, hanno dedicato al vitigno 8 dei 20 ettari di proprietà sul lago Seneca. Figlio di una vendemmia, la 2016, tra le più asciutte di cui si abbia memoria, questa versione base odora del più classico idrocarburo, accompagnato da agrumi, zenzero e una punta di zafferano. Vibra ancora di acidità in bocca, per un assaggio schietto e amichevole, di discreta durata.

Traminette 2017 - Fox Run. Annata fresca, dicevamo; un po' snervante, o nail-biter, da mangiarsi le unghie, come dicono da queste parti. Il timore di non vedere maturare a dovere le proprie uve in questi casi è sempre in agguato, e si fa più pressante quando si parla di traminette, un ibrido tra Gewürztraminer Joannes Seyve 23.416, che sulla perfetta maturazione gioca tutto il suo potenziale. Coltivato vicino al lago Keuka, al naso profuma di rose e frutta tropicale; abboccato al palato, la vivace acidità equilibra il residuo zuccherino, offrendo un insieme bilanciato, semplice e generoso.

 

Anche se ancora in cerca di una identità propria, gli assaggi confermano la bontà della strada intrapresa sessant'anni fa. Verrebbe voglia di approfondire il discorso, ma per farlo bisognerà attendere una nuova degustazione, o fare un viaggetto da quelle parti; in Italia trovarli tra gli scaffali delle enoteche è ancora arduo. Durante l'attesa, potete sempre sfogliare il numero di settembre di Vitae: all'interno un lungo articolo di Francesca Zaccarelli, interamente dedicato a questa magnifica "tabula rasa dalle infinite potenzialità".

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)