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venerdì 5 agosto 2016 15:30:00

Ce lo hanno raccontato in tutte le salse e in ogni occasione in cui l’argomento del fare vino virava sul concetto di qualità, che è poi ciò che dà la possibilità di raccontarlo e di discuterne; la frase magica era: il vino si fa in vigna.

Poi ci siamo accorti che la vigna non era solo il visibile: l’esposizione, la pendenza, la disposizione del vigneto (girapoggio, rittochino), il numero di piante per ettaro e quanti grappoli si fanno crescere, e altro e altro ancora. Poi a un certo punto, qualcuno un po’ timidamente s’è chiesto: e il terreno? Quella prima domanda procurò subito un generalizzato “oooh”, che equivaleva a dire, quello è il motore di tutto, al ché lo Sherlock Holmes di turno nel reparto enologia concludeva con: “Elementare, Watson!” Poi arrivò la domanda topica, giusto per riflesso a tutta la naturalità circostante e circostanziata. Va bene, ma si intendeva il terreno e i suoi abitanti: microbi, batteri e funghi. A quel punto le risposte latitavano.

Uno studio sugli abitanti del sottosuolo, durato tre anni, è stato pubblicato qualche mese fa ed è stato condotto in Canada da un centro di ricerca agricolo dell’UBC’s Okanagan.

L’esperimento s’è basato sull’analisi di ciò che abitata nel terreno (sottosuolo) comparando quello in cui risiede la vigna e quello in cui non è presente, questo per catturare cosa c’è di diverso e perché.

L’evidenza maggiore è che la differenza di abitanti tra il sottosuolo dove affondano le radici della vite e quello naturalistico e non coltivato che le fa da contorno è straordinaria.

Espressa in questa modalità sembrerebbe che la base di partenza per analizzare il tutto sia quello di conoscere che c’è in vigna. Invece no, l’interesse è stato rivolto al suolo lasciato allo stato selvatico, non coltivato, perché comprendendo ciò di cui ha bisogno quel sottosuolo si potrà anche capire meglio l’altro, quello della vigna.

Le radici della vite che affondano nel sottosuolo cambiamo completamente la connotazione di ciò che sta al di sotto rispetto allo stesso terreno lasciato incolto, per cui lei stessa (la vite) crea le condizioni per prodursi quei microbi, e tutto il resto, di cui ha bisogno per fare il grappolo. A questo punto stanno cercando di migliorare la conoscenza del modo con cui la vite influenza e rende performanti gli abitanti del suo sotto terra, perché essi saranno in grado di stabilizzare l’ecosistema del vigneto, favorendo una reale naturalità vegetativa (poi naturalità anche in cantina), così da allontanarsi sempre di più dai pesticidi e affini. La naturalità del vino passa anche dai microbi, dai funghi e dai batteri dell’underground agronomico. Alzi la mano chi l’aveva previsto.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)