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mercoledì 10 ottobre 2018 16:30:00

Elisabetta Fagiuoli è proprietaria e wine-maker di Montenidoli, uno spicchio di Toscana quasi incontaminato, selvaggio per qualcuno, perfetto nella purezza per altri. Giusto alle porte di San Gimignano, a ovest, ci sono colline stratificatesi nel calcare dopo il deflusso del Mar Ligure; qui nel 1965 mise radice, in tutti i sensi, la giovane Elisabetta, che vi trovò vigna e bosco infinito, lasciò germogliare il suo entusiasmo, si fece paladina di naturalità e scelse di coltivarvi gli autoctoni: vernaccia, trebbiano gentile, malvasia bianca, sangiovese e canaiolo. In un’intervista rilasciata nel 2016 a grapecolletive, la signora Fagiuoli affermò che la Vernaccia di San Gimignano potrebbe essere “il vino bianco della Toscana”, nel senso di vino bandiera. Abbiamo riflettuto su quest’affermazione, memori della serietà intellettuale e culturale della signora Fagiuoli, e pensiamo che ci sia davvero un fondo di verità nelle sue parole, una verità purtroppo minata da una lunga spersonalizzazione di tipicità che l’areale Sangimignanese ha vissuto e l’ha relegata più a immagine delle sue torri che non del suo potenziale enologico.

I vini di Montenidoli ne sono la testimonianza più lampante, soprattutto perché sono vini di vertice, poco propensi a strizzar l’occhio e fare moine al mercato. C’è della purezza a Montenidoli, c’è molta tradizione, c’è lo spirito del terroir nella Vernaccia di Elisabetta, c’è la voglia di lottare contro il tempo. L’abbiamo sperimentato con “Montenidoli Carato”, Vernaccia di San Gimignano, anno 2009, 13,5% vol.

Il nome evoca ricordi filosofici in versione veronelliana, fu Luigi a sdoganare il “carato” nel 1983, intendendolo migliorativo e maggiorativo del toscano caratello e del veneto caratél. Diamo pure a Luigi ciò che è di Luigi, altro non ci resta, visto la sua l’irraggiungibile luminosità filosofica, quindi ci rifugiamo, anzi ci ritiriamo nella degustazione del Montenidoli Carato 2009.

Il vino ha colore integro nel dorato, auto-illuminato dalla sua cromaticità, ampio il profumo di sottobosco “galestrico”, d’anice stellato, ha spunto di salgemma, tocco ammandorlato di frutto e di dolce mallo; tisanico, quasi Earl Grey e finale di salvia. La liquidità alcolica è pura, tutta sapidità e vellutatezza, ha carattere avvolgente e secchezza delicata, in cui converge quello che Ex-Vinis definiva “convergenza di sapore dolce e amaro”. Sorpresa e ancora sorpresa per i nove anni d’evoluzione, un’evoluzione che parla, che dialoga con il degustatore, con un degustatore che s’interroga ed è interrogato dagli interrogativi del vino. Montenidoli Carato 2009 ci ha anche ricordato il significato di “dialettico” che usava Veronelli per rappresentare il vino con cui discutere, e discutere con questo vino è stato davvero un privilegio.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)