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venerdì 27 gennaio 2017 09:30:00

Tutto è schermo e video. I colori che si muovono contornano figure e disegni, sono essi stessi disegni e figure, e nei nostri apparati portatili sono diventati un prolungamento dei colori della nostra personalità. Tutto ci sta davanti e il dietro lo pensiamo, lo crediamo, bianco, come quello di una vecchia foto stampata su carta. Anche la bottiglia del vino viene pensata così, anzi spesso sono due facce della stessa etichetta, quindi anziché una ne troviamo due: il brand e la denominazione.

Recenti studi di marketing provenienti dagli States hanno evidenziato nuove esigenze nelle generazioni che si affacciano per la prima volta all’acquisto del vino in versione “easy”: vogliono delle etichette carine e informazioni nella retroetichetta.

Tanto per fare un esempio alcuni dei vini più venduti  in questi ultimi anni in grande distribuzione in America avevano il disegno di un animale e altri con le figurine.

Le donne gradirebbero etichette ben colorate, che attirino l’occhio immediatamente, che colpiscano l’iride e attivino una specie di flusso colorato, però soft, nella mente, come un caleidoscopio.

L’uomo avrebbe preferenze per colori più accesi, che stacchino l’uno con l’altro, quasi a voler strattonare le pupille. Tutti però sono d’accordo che ci siano più informazioni: qualcosa sull’azienda, cenni di pratiche enologiche, com’è il suolo del vigneto e, udite udite, qualcosa di romantico sull’azienda.

Tutto questo lo vogliono scritto, non vogliono scannerizzare il chips e leggerlo sullo schermo dello smartphone o dell’iPhone, vogliono che sia a contatto con il liquido, come a testimoniare di essere parte in causa di ciò che berranno.

In questa mondializzazione video mediatica uno spaccato del genere desta una vera sorpresa, anche gradevole. Che stia cambiando qualcosa, al pari di ciò che sta accadendo al vinile? Certezze non ce ne sono, speranze tante.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)