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lunedì 26 febbraio 2018 09:00:00

"Tutto era gelato, anche il rumore." I piedi sulla banchisa polare, frantumata dalla chiglia d'acciaio, il professor Pierre Aronnax, appena sceso dal Nautilus del capitano Nemo, vaga con lo sguardo, sgomento tra il bianco e il grigio del paesaggio. 

Se quel giorno del 1866 il sottomarino, anziché dirigersi verso le isole Orcadi Meridionali, al Polo Sud, avesse fatto rotta verso il Canada, dalle parti di Cooksville, in Ontario, avrebbe trovato altro freddo, e altro ghiaccio, ma anche un po' di rosso a ristorare gli occhi. 

Il rosso veniva dalle viti piantate da un caporale tedesco, Johann Schiller, ex soldato del 29esimo Reggimento del Worcestershire. Schiller aveva combatutto con gli inglesi durante la guerra d'indipendenza americana; al termine del conflitto, aveva ottenuto un appezzamento di 160 ettari in Ontario, allora sotto il controllo britannico.

Quando il professor Aronnax sbarca al polo, in Canada Johann, già esperto produttore di vino nella valle del Reno, aveva addomesticato da cinquant'anni le viti cresciute sulle rive del fiume Credit, a cui, ben presto, aveva aggiunto le barbatelle portate via dalla Pennsylvania, dopo il congedo. Quella di Schiller rimarrà un'esperienza isolata: morto nel 1811, la proprietà sarà venduta dal figlio, e poi venduta di nuovo, fino al 1864, quando l'aristocratico francese Justin de Courtenay la comprerà.

È bella la storia di Schiller, e piace molto ai canadesi, tanto da averne fatto pilastro della propria storia viticola. In realtà, la coltivazione dell'uva da vino in Canada è un processo lento, animato da uomini diversi in luoghi diversi; un processo accidentato, in una nazione in via di formazione, tra la guerra anglo-americana e il proibizionismo, meno noto di quello americano eppure arrivato tre anni prima, nel 1916.

Il clima, poi, non è certo clemente da quelle parti: molti vitigni del posto sono, ancora oggi, figli dell'autoctona vitis labrusca, non della classica vitis vinifera. Concord e Niagara, per dirne due, oggi usate più che altro per la produzione di succhi o marmellate. Altri, invece, sono figli ibridi, frutto dell'unione delle due specie: Baco Noir, Marechal Foch, Vidal, Seyval Blanc

Eppure quel gelo, da ostacolo principale ad una viticoltura soddisfacente è diventato la risorsa principale: sono gli icewine, i vini di ghiaccio, i prodotti più noti del paese. Pur nati dall'esperienza tedesca, gli icewine sono prodotti con regolarità solo qui, nell'unica nazione in grado di garantire ogni anno, in alcune zone, il freddo adeguato: né insufficiente né eccessivo.

I grappoli rimangono attaccati alla propria pianta fin quando il gelo invernale non avvolge i filari: servono almeno -8°C, e una costante protezione da vento, malattie, grandine e uccelli. Vendemmiati, al momento della pressatura i grappoli sono ancora coperti di brina: fino a 4 chili di uva per produrre 375 cl da imbottigliare. Riesling, Vidal e Cabernet Franc i più utilizzati, ma la gamma è ampia: dallo Chardonnay al Gamay, dal Merlot al Kerner, fino al Syrah. 

Tra le province, Quebéc e Nuova Scozia, sul versante orientale, producono icewine; sono però la British Columbia, a ovest, e l'Ontario, a est le province più importanti per la produzione. Qui il vino si prende sul serio, tanto da avere convinto le due province a creare uno standard univoco di qualità simile alle denominazioni europee: il Vintners Quality Alliance (VQA)™.

Dal 2014 sia l'Ontario con tre denominazioni (Niagara Peninsula, Pelee Island e Lake Erie North Shore) sia la British Columbia con quattro* (Okanagan Valley, Similkameen Valley, Fraser Valley e Vancouver Island) hanno guadagnato una propria dignità territoriale. In questa piccola, grande, rivoluzione, sono coinvolti anche gli icewine, inquadrati all'interno di un rigoroso disciplinare. Non basta, infatti, lasciare l'uva a congelare in pianta. Tutto, dalla potatura alla vendemmia, dall'ammostamento alla vinificazione deve avvenire al gelo costante. Un lavoro certosino e faticoso, unica via per distinguersi, e non finire inghiottiti nel gorgo di un mercato sempre più agguerrito. Un po' come il Nautilus nel vortice del Maelström, anche se quella è un'altra storia.

Gherardo Fabretti

 

* a cui si sono aggiunte, al 2018, Gulf Islands, Lillooet, Kootenays, Shuswap e Thomson Valley. 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)