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martedì 26 giugno 2018 16:05:00

Parli di Puglia ed è subito primitivo e negroamaro. Per accendere un riflettore anche sul Nero di Troia, Antonio Riontino, già miglior sommelier della Puglia, ha ideato un apposito concorso per trovarne l'ambasciatore ideale.
Organizzato dall'Associazione Italiana Sommelier Puglia, in collaborazione con l'assessorato regionale alle Politiche Agricole della Puglia, alla prima edizione della gara hanno risposto in diciotto.
In giuria, Giuseppe Baldassarre, appena eletto tra i membri del consiglio nazionale dell'Associazione Italiana Sommelier; Vito Sante Cecere, presidente di AIS Puglia; Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana; Davide Gangi, presidente dell'associazione culturale Vinoway Italia, e Antonio Riontino, oggi consigliere regionale in quota AIS Puglia.
A vincere la competizione, ospitata dal ristorante La Porta dei Leoni di Margherita di Savoia (BT), è stato il molisano Carlo Pagano, già vincitore di due precedenti competizioni sul nebbiolo e sul sagrantino. Con lui abbiamo scambiato quattro chiacchiere.
 

Per i meno ferrati: ci racconti in breve il Nero di Troia?

Grande vitigno, aristocratico, ricco di storia. Trova la collocazione migliore nella zona della Daunia e delle Murge, regalando, a seconda degli areali di coltivazione, caratteristiche diverse. Rispetto ai cugini primitivo e negroamaro, riesce a donare vini con propensione all’invecchiamento, data la naturale dotazione di polifenoli. Regala vini meno "piacioni": per questo i francesi videro bene di utilizzarlo come vino da taglio per arricchire i propri!

È stato difficile trovare materiale su cui studiare? 

Quando ci sono concorsi monotematici in Puglia si ha un alleato formidabile, il prof. Giuseppe Baldassarre, che con grande dedizione mette nero su bianco il suo sapere, condividendo le magie di una regione bellissima come la Puglia. Il suo testo sul Nero di Troia è stato utilissimo. Poi però bisogna andare dai produttori: loro ti fanno innamorare di questo grande vitigno.

Ci sono dei vini a base di Nero di Troia che ti hanno impressionato? 

Certamente. Partendo dal nord della Puglia c'è Ettore di Cantine Elda, annata 2014, elegante e dinamico.

Poi una giovane produttrice milanese Alessandra Leone, che si è innamorata della terra dei suoi nonni dando vita a Tenuta Ripa Alta, conquistando con Il mio nero, uva di troia da vigne di 30 anni, lavorate in regime biodinamico e poi maturato in anfora. Annata 2017 davvero notevole.

Di grande tipicità sono i vini di Santa Lucia. Siamo a Corato, e il loro Melograno ha un rapporto qualità prezzo commovente.

Poi non tralasciamo chi, di questo vitigno, ha scritto pagine di storia importanti: Cantine Rivera della famiglia De Corato, con Il Falcone e il Puer Apuliae, e Torrevento con l'Ottagono e il Vigna Pedale, vini che non faticano mai a salire sul gradino dell'eccellenza.

Per i più curiosi. Quali abbinamenti sono stati oggetto della prova? Ti ricordi quali domande ti hanno proposto all’orale?

C'era un primo piatto: tortelli di trippa con cacio e menta. Poi agnello in crosta di tarallo con tartufo nero e infine un formaggio dalla grande personalità come il pallone di Gravina. Ci è stato chiesto di abbinare le portate a vini della Daunia e poi di scegliere un vino a tutto pasto.

Sei nato e lavori a Isernia. Si fa tanta ironia spicciola sulla tua regione, la seconda più piccola d’Italia, eppure l’impegno dei sommelier non sembra mancare. Nel 2016, ad esempio, AIS Molise è stata finalista del premio Surgiva. Quanto è difficile promuovere il vino molisano? Cosa proponi?

Il Molise è piccolo, come lo sono i gioielli più preziosi. Ancora c'è poca conoscenza al di fuori dei confini regionali sulla nostra Tintilia, nonostante i produttori stiano svolgendo un gran bel lavoro. Ma serve un consorzio di tutela saldo e serio che imposti delle linee guida su stili di produzione e sia da ariete per sfondare nei mercati oltre regione. Si deve fare più rete tra i produttori.

L’anno scorso hai vinto il master del nebbiolo; poco dopo quello sul sagrantino. Hai subito deciso di dedicarti al mondo del vino nella vita? O c’è stato altro prima?

I miei studi sono stati tecnici, però muovendo i passi nei ristoranti, a 16 anni, come lavoro estivo, l'amore verso il mondo del vino e della gastronomia è nato in maniera naturale, suggellatosi con il diploma AIS, la grandissima famiglia del vino, dove ho incontrato e continuo a conoscere persone fantastiche. In sostanza, non ho scelto io il vino, ma il vino ha scelto me.

Sei stato più volte finalista al concorso per il miglior sommelier d’Italia. Parteciperai anche quest’anno?

Certamente. Essendo stato finalista anche nella passata edizione entro di diritto nelle fasi finali.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere la strada dei concorsi?

Studiare tanto, girare ancora di più. Utile è partecipare alla scuola concorsi che insegna il metodo e l'approccio. La competizione è bella, ma alla fine sempre un gioco, quindi il mio più grande consiglio è quello di divertirsi e sopratutto non abbattersi se i risultati non arrivano subito, d'altronde è con il buio che si riescono a vedere le stelle.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)