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lunedì 28 maggio 2018 08:30:00

Beviamo meno, meglio e con più coscienza di ciò che abbiamo nel bicchiere. Questi i dati principali dell'ultimo rapporto della catena COOP, che ormai da trent'anni, svolge indagini sui consumi degli italiani, individuando stili, filosofie ed economie di vita. Nulla di romantico, certo: fare il punto sui consumatori significa offrire sugli scaffali i prodotti desiderati. Il fine dell'indagine, tuttavia, nulla toglie all'utilità generale dei dati raccolti, curati dall’ufficio studi dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (Ancc-Coop) con la collaborazione scientifica di società di ricerca economica di importanza nazionale. 

Il rapporto degli italiani col vino passa dalla qualità prima che dal prezzo e dalla quantità, e manifesta una prepotente preferenza per i prodotti nazionali, possibilmente certificati (DOCG, DOC e IGT) e biologici, una categoria, quest'ultima, cresciuta nell'ultimo anno del 25%. Sono i più giovani ad avere maggiore curiosità, dediti alla scoperta (o riscoperta) delle eccellenze enologiche del paese assai più dei coetanei statunitensi. Per i primi contano origine del prodotto, caratteristiche organolettiche e affidabilità del produttore; per i secondi, marchio, prezzo e stile dell'etichetta. 

Il cibo? Terapeutico, relazionale, totemico. Investite di mandati curativi, le celesti noci, assieme a zenzero e curcuma sostituiscono i terreni zucchero, miele e peperoncino, ingredienti che pure fecero da titolo ad una commedia figlia di ben altri gusti alimentari, quelli dei calorici anni Ottanta. Elevati a protagonisti di foto, promossi a correlativi oggettivi, gli alimenti diventano il perno di una narrazione svolta su internet, attraverso Facebook e Instagram (227 milioni gli hashtag a tema cibo). Investiti di autorità spirituale, elevati a filosofia, i cibi sono la nuova maschera pirandelliana, il nuovo modo di propagandare una identità propria, fatta di maniera, esibizione culturale, ambientalismo, competenza e savoir-vivre. Tra le cultivar del grano crolla il kamut, liquidato come creatura di carta, figlio del diritto d'autore più che della terra. Declina anche l'Açaí, forse perché nata in un'Amazzonia troppo lontana dal modello a chilometro zero; fiorisce, però, l'avocado, figlio di una terra non poi così distante. 

Salutisti concreti da una parte, assai favorevoli alla consegna a domicilio del cibo dall'altra; paladini del chilometro zero nei giorni pari, sofisticati sperimentatori dei prodotti stranieri nei dispari. Ossessionati dal cibo, gli italiani sembrano dibattersi tra il conforto di un tradizione alimentare plurisecolare e i primi sintomi di quell'isteria americana dell'ultima moda, figlia di un paese assai più giovane, di cui parla Michael Pollan nel Dilemma dell'onnivoro

Se da una parte la cura per il cibo mostrata dagli italiani è confortante, dall'altra il rischio è di ritrovarsi, nel 2030, come nell'omonima canzone degli Articolo 31, o nella Los Angeles immaginata nel 1993 da Marco Brambilla con Demolition Man: un posto dove i locali suonano al piano i ritornelli degli spot pubblicitari, tutti sono a dieta e si gira vestiti con delle vestaglie da Addio mia concubina, anche se giù, nelle fogne, un manipolo di protestatari campa a patatine e "topo burger". 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)