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mercoledì 20 gennaio 2016 11:30:00

Non è l’uovo. È il Cristoforo Colombo a cui assegnano il merito di aver scoperto le Americhe, anche se qualcuno afferma che non se ne fosse accorto. Nel suo navigar (come canta Guccini: e naviga, naviga, via, verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria) s’era assicurato anche una scorta di vino, quel vino è l’odierna D.O. Toro, un rosso da uva tempranillo, che nella provincia di Zamora prende il nome di tinta de Toro, a mo’ di avvaloramento che si tratta dell’uva rossa del luogo.

La Denominazione di Origine Toro è del 1987, i vigneti vivono su suoli di calcare e argilla, quindi ben idonei per vini rossi di colore concentrato, potenti nel fruttato, nella struttura e nella dimensione tannica; insieme al tempranillo impiegano anche la garnacha tinta, un’uva austera e di nobile lignaggio, un’uva che i Celti chiamavano Tinto Aragonés e che amavano miscelare con miele prima di sorbirlo.

Oggi la D.O. Toro è un po’ in auge, però sembra ancora soffrire della vicinanza della Ribera del Duero, e più che vivere una vera identità, si auto confina nella sfera satellitare del Duero, tanto da presentarsi come il fratello che soffre del complesso di inferiorità verso il maggiore. Non è così! La D.O. Toro può – e deve – raccontarsi da sola, catapultando la sua essenza piena di storia nell’odierno degustativo.

Semmai dovranno decidersi di focalizzare l’enologia su un rosso di distinzione univoca, per adesso c’è dell’oscillazione produttiva: dalla macerazione carbonica, all’acciaio, dallo stampo bordolese (cioè sosta in barrique prolungata), alla tradizione ispanica della grande botte di legno.

L’Almirez Toro D.O. del produttore Teso la Monja, che poi è parte del gruppo Sierra Cantabrica, è un 2013 da solo vitigno tinto de Toro, con intenso frutto (ciliegia e susina rossa), mediamente integrato di floreale (iris) e chiusura erbacea (alloro). Non manca la fragranza come espressione di gioventù nel floreale e fruttato. È golosamente gustoso, con tannino ben levigato e succo fresco con equilibrante sapidità.

Pintia Toro D.O. della Bodegas y Viñedos Pintia, strizza l’occhio, con questo 2010 di 15% alcol, alla filosofia del Duero di Spagna. Concentrato nel colore scuro di granato, fa uscire un profumo di mirtillo, di mora di gelso, di sciroppo di fragola, un po’ di balsamico e un contorno di dolce speziato da legno. Intensità e potenza fanno del suo tannino un puntello di struttura, non perde il suo equilibrio e trattiene un finale di rimarchevole espressione aromatica.

Matsu El Pícaro è invece un Toro incline alla filosofia nel novello, e nonostante i tre mesi di botte dà il meglio nella fragranza del fruttato/floreale, con dolci odori di lampone e fragolina di bosco, tocco di viola mammola e compassato tostato. Ha golosità fresca e sapida, è supportato da un delicato tono tattile di rugosa tannicità, che s’è equilibrato al meglio per essere un 2014 con 13% di alcol.

Abbiamo degustato tre tipologie di rosso Toro, interpretandone lo spirito come se navigassimo sulle tre caravelle. In tutti e tre i casi è stato un viaggio degustativo interessante, però sembra resistere un nostalgico volersi paragonare con il fratello maggiore del Duero sovrastante, verrebbe da suggerir loro: alza la vela dell’albero di maestra, e alla via così, vento in poppa verso la nuova America.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)