Statistiche

  • Interventi (1631)
  • Commenti (0)

Archivi

lunedì 11 marzo 2013 17:00:00

Forse osservava le vigne piantate a Ugni-Blanc, oppure stava annusando la “part des anges” d’un XO che ancora alloggiava nelle fûts de chêne in attesa di aprirsi al mondo. Così non fu per Didier Dagueneau, quel 18 settembre del 2008 il suo ultraleggero volle distillarsi nella Charente e cancellare definitivamente dal mondo l’uomo che rivoluzionò il Sauvignon.

Sono trascorsi quattro anni da quell’accidente e il mondo degli amanti di questo vitigno sembra aver tracciato una linea: quella del prima e del post Dagueneau.

Alla luce di ciò che è accaduto dopo nel mondo del Sauvignon, viene facile affermare che l’opera è rimasta tutt’ora incompiuta, dove per opera si intendeva quella di fare il miglior Sauvignon del mondo. Spesso l’opera incompiuta sembra sempre essere la migliore, ma nel caso di Didier un bel “vaffa” ci starebbe molto bene.

Tutti i sauvignoniani si ricorderanno di un vino senza “pipi de chat”, senza foglia di pomodoro, senza bosso, senza quell’invasivo vegetale amarognolo (erbaceo) tanto decantato in molti terroir d’elezione.

Il Sauvignon Dagueneau non “puzzava”, il Sauvignon Dagueneau si spogliava dell’essere Sauvignon e diventava Pur-Sang o Silex, cercando di distogliere l’attenzione dall’idea atavica di quel varietal, per ricostruire e ricompattare quello che doveva diventare il miglior Sauvignon del mondo.

L’aver riportato il Sauvignon al suo fruttato, nella più pura espressione della sapidità  della frutta tropicale, avergli tirato fuori tutta l’essenza di quella mineralità che solo il Kimmeridge del Giurassico custodisce come un tesoro da offrire a pochi eletti, non solo ha catapultato Didier sulla punta della piramide, ma ha soprattutto fatto sobbalzare i precedenti puristi del Sauvignon (peraltro pochi e scarsamente equipaggiati), che in ogni dove del pianeta cominciarono a chiedersi il da farsi.   

E a distanza di quattro anni se lo chiedono ancora! E non è bastato questo lasso di tempo, l’aver avuto la possibilità di continuare a degustare il Sauvignon Dagueneau ad accorciare il distacco tra questo e il resto del mondo.

Qualche miglioramento nel Nuovo Mondo (Nuova Zelanda, Sud Africa, Sud America e California) è stato fatto. C’è uno spunto di pietra focaia che spinge per catturare l’attenzione olfattiva, l’erbaceo s’è fatto dolce, ha rimandi di erbetta di finocchio, forse un po’ di aneto e di falda di peperone verde appenda tagliata, ma al gusto la sua acidità crea ancora una sensazione increspata, aggrotta e raggrinzisce le papille, tanto che dà l’idea che l’acidità si riempia di se stessa per dissetarsi.

Certo non tutti possono consolarsi con il Sauvignon Dagueneau. Così i quindici milioni di consumatori di Sauvignon del pianeta, ancor che vini gradevolissimi, dalla beva golosa e conditi anche di sorprendente mineralità, crederebbero con difficoltà che in quel pezzetto di terra della Loire Valley i figli di Didier, Louis-Benjamin e Charlotte, stiano ancora vinificando quel Sauvignon che quei quindici milioni di consumatori non lo riconoscerebbero come tale e quindi diventerebbe, per loro, un Sauvig-NON.

A questo punto non c’è un prima e un dopo Sauvignon dopo la scomparsa di Dagueneau, ma ci sono dei Sauvignon Dagueneau e un altrove vegetale e minerale, rinfrescante, sapido e fruttato, anche fine ed elegante, però a questo punto sarà l’eco o al massimo un riverbero di quella purezza di Poully-Fumé.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)