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venerdì 5 ottobre 2018 11:53:00

Quando si parla di Tibet si pensa a freddo e gelo, non a uva e vino. Quelli della mia età torneranno con la mente a Eddie Murphy vestito come un cretino mentre un santone gli frega cento sacchi una volta atterrato in Nepal, in attesa di varcare il confine per Lhasa ne Il bambino d'oro. I più romantici ricorderanno Brad Pitt in Sette Anni in Tibet, nei panni dell'alpinista Heinrich Harrer. In entrambi i casi, il Tibet però c'entra poco. Un po' per questioni economiche e un po' per la solita, schietta apertura del governo cinese, il primo film fu girato quasi completamente tra le Mammoth Mountains della California, mentre le evocative nevi del secondo appartengono quasi sempre alla provincia di Mendoza. 

Proprio l'Argentina, non certo avida di picchi e montagne, ha perso contro il Tibet la sfida per il vigneto più alto nel mondo. Stavolta non si tratta di trucchi cinematografici: il giudice Iris Houdella commissione del Guinness World Records, ha stabilito pochi giorni fa che la vigna più alta del mondo sta a Cai Na Xian, nella contea di Qüxü, a Lhasa. Un nome, quello del vigneto, Pure Land & Super-high altitude vineyard, lungo quasi quanto l'altezza a cui si trova, ben 3,563.31 metri. Più di 400 metri di divario con la vigna sino ad oggi considerata detentrice del record, il vigneto biodinamico Altura Maxima dell’azienda Bodega Colomé, nella regione del Salta, a 3.111 metri di quota.

Esteso per quasi 67 ettari, il vigneto tibetano ospita 11 varietà di uve, tra cui il vidal, noto come base per gli ice wine, e il locale bei bing hong, anche lui ottimo - dicono - per produrre vini di ghiaccio. Il nome della società proprietaria, la Rongsheng Biotechnology co. Ltd, certo lascia intendere una certa familiarità con la scienza biologica, ma non è necessario evocare scienziati folli e scenari da film della Hammer: la zona, dicono, scampa alla neve per buona metà dell'anno. Basta questo ad assicurare il piccolo, grande successo? Certo che no. 

Intervistati da Decanter, che per prima ha comunicato la notizia, i responsabili della coltivazione dei grappoli hanno spiegato: "dopo gli iniziali fallimenti in altre località, abbiano saputo che nella zona del Cai Na Xian piccoli vitigni crescevano nei giardini delle case degli abitanti. Abbiamo capito che le competenze acquisite per la coltivazione di uve a bassa altitudine erano perfettamente inutili quando ci si accinge a piantare vigneti a questa altezza": la maggiore insolazione, pur garantendo più luce, aumenta il rischio di bruciare la pianta; il freddo riduce il rischio di malattie ma non quello del congelamento. In più, ogni stagione porta con sé un mucchio di problemi: "dalla siccità in primavera alle raffiche di vento in estate, dalle gelate autunnali alle tempeste di sabbia in inverno"

Il lavoro, dunque, iniziato nel 2012, è stato lungo e faticoso, aiutato - forse - dalle moderne tecnologie a disposizione dell'azienda. Non resta che assaggiarne il risultato, anche se, considerato il prezzo e le difficoltà di acquisto della precedente creatura nata tra queste lande, quell'Ao Yun di cui avevamo già parlato, forse sarà più conveniente fare direttamente un salto da quelle parti; pure senza vino, il viaggio sarà valso la spesa. Un avvertimento: doveste urtare la sensibilità del governo cinese, converrà anche a voi imboscarvi per sette anni: a differenza dei demoni di Eddie Murphy, infatti, il pugnale di Ajanti non vi servirà a granché. In compenso i posti di lavoro in agricoltura, da quelle parti, sono chiaramente in aumento. Fatevi avanti senza timore.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)