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Le vigne di Malibu bruciano

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venerdì 16 novembre 2018 08:30:00

Agli inizi degli anni Cinquanta, nonostante Raymond Chandler non fosse dello stesso avviso, Los Angeles poteva ancora definirsi un posto piacevole. Allo stesso modo, nella San Fernando Valley non si piantavano case tutte uguali e sulla striscia di terra di Point Dume nessun rimasuglio di Statua della Libertà si era ancora accartocciato, piegato al servizio dell'apocalittico Pianeta delle Scimmie, girato da Franklin Schaffner nel 1968.

Al posto di Charlton Heston all'epoca c'era lo scrittore John Fante, che su quello sconosciuto promontorio aveva trasferito baracca e famiglia, preoccupato dall'odore di droga e alcol che già si levava fitto dalle colline di Hollywood. Malibu era allora un paese deserto: non c'erano sceneggiati ispirati alle sue spiagge, e la Chevrolet ci avrebbe messo ancora più di un decennio a dedicarle un modello di auto. Passeranno altri tre decenni prima che Courtney Love ne tiri fuori un successo musicale planetario, partendo proprio da quello da cui Fante fuggiva, e che stava massacrando il marito Kurt Cobain, all'epoca ricoverato in una clinica della città.

Non potevano ancora sapere, le Hole, quanto profetico sarebbe stato quel testo, con le sue metafore sul bruciare. Con una sola differenza: oggi, per trovare scampo, non si corre verso Malibu. Si fugge. Gli incendi, comuni nella zona, negli ultimi anni sono diventati sempre più violenti, ingoiando case e terreni, compresi ettari di terreno vitato, anima della Malibu Coast, giovane AVA nata nel 2014 dalla fusione di due precedenti denominazioni: la Malibu-Newton Canyon e la Saddle Rock-Malibu. Lo scopo della nuova denominazione era semplice: valorizzare l'origine vulcanica dei terreni per farne la principale leva di marketing. Nonostante il primo vigneto risalisse al 1820, infatti, qui non c'era una solida tradizione viticola. Oggi estesa per 74 chilometri, e larga 12, quasi completamente all'interno dei confini disegnati dalle montagne di Santa Monica, qui i vigneti possono arrivare anche a 400 metri di altezza. Dentro c'è un po' di tutto, dai vitigni bordolesi ai borgognoni, dai syrah, grenache mourvedre che compongono il trittico della Valle del Rodano fino al sangiovese. I produttori sembrano avere trovato la chiave giusta per concorrere con la ben più nota Napa Valley, seicento chilometri più a nord, ma c'e un problema: il terreno della zona non è solo lavico: è tradizionalmente instabile, flagellato da tempeste stagionali e aride raffiche di vento provenienti dal Gran Bacino. Basta una cicca per un'ecatombe di fiamme; un cerino per cancellare in un minuto vigneti tirati su in trent'anni.

I cartelloni pubblicitari la mostrano verde e spensierata, la risacca del Pacifico la bacia ogni giorno, ma la verità è un'altra: come tutta la contea di Los Angeles, Malibu ha la pelle gialla e le labbra secche. Un'arsura orrenda la tormenta, e l'intero stato deve rispondere a una enorme domanda di acqua, a fronte di una disponibilità sempre più esigua. Se questa fosse una storia con Philip Marlowe, si chiamerebbe La grande sete. Questo però non è un romanzo: chi non beve, muore davvero. Piante comprese, ridotte a propellente per il prossimo inferno di fuoco, come in questi disgraziati giorni.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

https://www.aisitalia.it/il-vino-di-malibu-brucia.aspx