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martedì 9 febbraio 2016 16:30:00

Lo affermano alcuni wine-importer orientali: al nostro vino mancherebbe, secondo loro, l’efficacia di un’immagine che attiri i giovani consumatori, ciò stabilizza il consumo su pochi e ben identificati vini e territori di vertice, con punta dell’iceberg ancora fissato sul Brunello di Montalcino, sui Supertuscan (anche se molti ora sono DOP), intesi come vini brandizzati.

Ciò che sorprende è che il Barolo e il Barbaresco non riescono a staccarsi dall’attenzione cult e dal vino da salotto: cioè da conoscitore elitario e un po’ asceta. Questo però non deprime o rallenta la crescita mondiale e l’attenzione (nel 2015 in sostenuta crescita), però sembrano molto più sensibili alla variazione delle annate rispetto ai Borgognoni, ci si auspica che la vendemmia 2010 del Barolo e 2011 Barbaresco (eccellente) stabilizzi in alto anche quelle successive.

Nonostante il gran battage sul Gran Selezione il Chianti Classico non ridecolla e con lui non è in fase ascensionale il Bolgheri.

Ecco, il mondo del vino italiano calato nelle frazionanti segmentazione dell’attenzione planetaria, via web e non web, resta dimensionato nell’aera geografica della Toscana e del Piemonte, che sommati insieme diventano il biglietto da visita dell’Italia.

Nel 2015 c’è stato un rinforzo, l’Amarone, e questo ci fa ben sperare per qualche novità nel 2016. Però il problema di partenza resta, quindi non ci rimane che chiedersi se siamo o non siamo trendy con il restante vino. La risposta è una sola, e purtroppo vira verso un rammaricante no.

A questo punto il da farsi non può avere come base di sviluppo il consolidato bordeaux-style (old e new supertuscan) e i due vitigni top nebbiolo e sangiovese, si deve analizzare il viaggio che ha compiuto l’Amarone e sfidare il mondo seguendo l’apripista corvina veronese, anche perché i blend in cabernet-style prodotti fuori dalla Toscana non sono riusciti a radicarsi del tutto. Secondo gli analisti internazionali manca qualcosa di italiano al vino italiano, e noi concordiamo; non a caso ci siamo impegnati in un Master “I vini italiani e i mercati mondiali”, in essere a Pisa (Scuola Sant’Anna) con partnership d’eccellenza come l’Università di Pisa, l’Unistrasi di Siena e la stessa Sant’Anna. Ebbene i rumors del Master ci indirizzano a pensare che effettivamente si debba rendere trendy (o meglio appetibile) il vino italiano attraverso il racconto della sua qualità e della sua storia, del suo feeling con il cibo e con la cultura dell’Italia.

Purtroppo il trend del vino è quasi monocolore, in ogni luogo quando si parla di vino italiano il colore del vetro si tinge rosso, ed è da qui che dovremo iniziare a scalpellinare le coscienze dei consumatori internazionali, affinché il 2016 sia foriero di qualche piccolo cambiamento. In molti predicono l’uscita dal sommerso (inteso come sottovalutazione) dell’Aglianico con lo slogan (errato?) il Brunello del sud, in molti spingono per il Negroamaro, a cui si dovrebbe aggiungere il Nero di Troia e il primitivo e perché non un succoso (ma che lo si faccia) Montepulciano. In fatto di territori speriamo in un colpo di frusta anti involuzione del Vino Nobile di Montepulciano e nel Ghemme e nel Gattinara (questi veramente ingiustamente obliati). Un pensiero va anche al Sagrantino, vera anima tannica del centro Italia, sostanza e mineralità intimistica, fluttuante nel tempo dell’equilibrio e ancora non stabilizzatosi nella frequenza qualitativa delle annate. Per tutti queste realtà vermiglie sembra imminente la salita sui primi gradini della scala del trendy mondialeggiante. Ma un cruccio rimane: e i nostri bianchi?

Eppure qualcosa s’ha da fare perché certe nostre uve bianche non temono confronti, basta pensare al timorasso, ai mix di Furore, al pinot bianco alto atesino, al cortese (forza della natura), alla ribolla e alla vitovska, e, perché no, al friulano, fino a stimolare un po’ di sostanza enoica nel greco e nel fiano, nel vermentino e nel verdicchio.

In questo 2016 saremo in prima fila a sostenere la trendy-emotion del vino italiano.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)