Statistiche

  • Interventi (1588)
  • Commenti (0)

Archivi

martedì 20 febbraio 2018 09:00:00

Da bere, in quelle giare, non è rimasto nulla, ma il vino ha comunque lasciato tracce di sé. Siamo in Sicilia, sul monte Kronio, detto anche San Calogero, nella provincia di Agrigento. Davide Tanasi, un dottorato di ricerca in Archeologia Classica a Torino, oggi docente alla University of South Florida, è il coordinatore della missione archeologica che potrebbe riscrivere la storia europea del vino e quella della cultura siciliana.

Nel ventre bollente del monte, tra i cunicoli delle stufe, la febbre sulfurea dell'aria corre fino a quaranta gradi; il grado di umidità pari al 100%: l'ideale per guadagnarsi un malore nel giro di pochi minuti. Nonostante le condizioni infernali, ottomila anni fa gli abitanti del posto ne percorrevano i cunicoli, forse all'epoca più vivivbili, depositandovi vari contenitori. Più in basso, ad accompagnarli, scheletri umani. Luogo di sepoltura? Posto di sacrifici? O semplici sfortunati, sorteggiati per portare doni a qualche divinità ruggente? 

Di certo, nelle piccole barche ritrovate, forse scialuppe di salvataggio per un imminente viaggio nell'aldilà, c'erano dei vasi: in uno, a smorzare il malessere dei marosi oltretombali, c'era del vino. Lo ha scoperto la squadra di Davide, raschiandone l'interno delle pareti: nei cinque vasi di ceramica, risalenti all'Età del Rame, 100 milligrammi di polvere scura si palesavano tra le loro palme. Era vino? A quanto pare sì. In uno dei cinque vasi c'erano tracce di vino, prodotto quasi 6.000 anni fa. Le analisi chimiche, condotte col supporto del Centro Nazionale Ricerche di Roma, del Dipartimento di Scienze Chimiche dell'Università di Catania e della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, lo avevano evidenziato: cinque tracce organiche di acido tartarico, il principale componente acido della fermentazione dell'uva, e di tartrato di sodio (il suo sale chimico), stavano lì a confermarlo. 

Gadachrili Gora, in Armenia, e ad Areni, nella Georgia delle anfore, le coeve tracce di vino, anch'esse di seimila anni fa, potrebbero non essere ciò che sembrano: la malvidina, la sostanza alla base della scoperta, è un antociano molto abbondante anche nella melagrana, frutto comune nei due paesi. In Sicilia, l'assenza di alberi di melograno all'epoca delle tracce, rinforza l'ipotesi dell'uva fermentata. La scoperta potrebbe rivelare una fiorente attività di viticoltura, e di produzione del vino, nella lontana Sicilia dell'epoca cuprolitica. Oppure no.

Il vino potrebbe, infatti, essere il semplice frutto degli scambi commerciali tra culture della Sicilia e altri territori: ossidiana, corallo, selce, in cambio di vino e rame. Davide Tanasi, però, non è d'accordo: "la spiegazione tradizionale è stata che la Sicilia si è impegnata in una relazione commerciale embrionale con le popolazioni dell'Egeo, in particolare con le regioni nord-occidentali del Peloponneso. Ma questo non ha molto senso: le comunità siciliane non avevano molto da offrire in cambio dei metalli." Prende corpo, allora, l'idea del vino, prodotto di consumo e di rituali, diventato poi mezzo di scambio: "il richiamo del vino avrebbe potuto essere la ragione che portò i popoli dell'Egeo in Sicilia, soprattutto se altri insediamenti del posto non si erano ancora portati così avanti nel campo della viticoltura". 

In attesa di nuove rivelazioni, la squadra di Davide Tanasi già si interroga sul colore di quel vino millenario: bianco o rosso? Si trovassero tracce di cibo, tra quei cunicoli, potremmo addirittura ipotizzarne l'abbinamento. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)