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mercoledì 31 luglio 2013 12:00:00

Nelle imminenti vacanze d’agosto qualcuno potrebbe aggirarsi nel dipartimento dei Midi Pirenei e magari vuole inventarsi una giornata alla ricerca di un vino molto, ma molto, insolito come il Marcillac.

Marcillac-Vallon si trova su cammino di Compostela per quei viandanti che partono da Le Puy. Questo tratto non è ancora quello pseudo esoterico e interiore che l’animo del pellegrino accumula una volta attraversata la frontiera e scende a Roncisvalle: è qui che termina la prima tappa per coloro che sono partiti da Saint-Jean-Pied-de-Port.

A Marcillac-Valloin e nei suoi dintorni la vigna fu piantata dai monaci di Conques nel IX secolo, ebbe alterne situazioni di coltivazione, il suo apice fu concomitante con lo sfruttamento delle miniere di ferro a Mondalazac e di carbone a Decazeville agli inizi del 1900. Il territorio sembrava dovesse emergere a rango di bacino siderurgico, e con esso anche la viticoltura avrebbe potuto seguirlo. Invece alla fine della prima guerra mondiale la Francia si riprese la Lorena e le sue miniere, piano piano iniziò una lenta dismissione, così nel 1921 scrissero la parola fine quelle di ferro e 30 anni dopo quelle di carbone.

Una fine che contagiò anche il vino di Marcillac, un vino rosso, ferreo nel tannino mineraleggiante, è proprio il caso di dirlo: un vino da “miniera” che dissetava quasi 35.000 persone. Un aiuto ad affossare le vigne gli fu dato anche dalla tremenda gelata del 1956.

Fatto sta che solo nel 1990 la vigna è rifiorita, e con essa l’uva Mansois o Saumoncés, vitigno conosciuto anche come Fer Servadou a Madiran e a Gaillac.

È fuor di dubbio che questo Marcillac abbia anche ristorato e riscaldato i viandanti e i pellegrini che si dirigevano a Compostela, lo stesso vorrebbero che accedesse anche oggi che finalmente il vino Marcillac è rinato.

La sua nuova vita ha un punto fermo nell’uva Mansois, a questa si possono aggiungere il Cabernet Sauvignon e il Merlot, e in un futuro non molto lontano il vecchio e straordinario vitigno Prunelart.

I viticoltori non sono molti, se ne contano quindici, però sono agguerriti nel voler recuperare il tempo perso negli ultimi cinquanta anni.

Il Mansois ha bisogno di affinare in legno, per cui spazio alla barrique, poi ha anche bisogno di sostare in vetro, c’è chi lo tiene anche un anno; infine c’è chi questa sosta la fa fare in una vecchia cantina d’epoca primitiva a 1300 metri di altitudine.

I vigneti abitano in un terreno non del tutto ospitale, sono tutti terrazzati e vige l’obbligatorietà della manualità di lavoro. Il vino Marcillac di oggi è di un rosso un po’ concentrato e consistente; ha odori di frutta rossa frullata, di violetta, di liquirizia e una punta di mineralità fumé. Ha del tannino, ma non è agreste come il fascino dell’ambiente circostante,  anzi si lascia bere non golosa freschezza, tanto che lo si può apprezzare sui salumi, sul pollo alla cacciatora, con il pecorino dei Pirenei e con una pasta fresca al ragù di carne rossa e pomodoro.

È il vino del nostro paese, dice il direttore della Cooperativa, sono 400 ettari da coccolare, sono il futuro. Bon Voyage.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)