Statistiche

  • Interventi (1525)
  • Commenti (0)

Archivi

lunedì 29 gennaio 2018 10:00:00

I Bon Jovi dei capigliati anni Ottanta ancheggiavano ruggendo sul palco, tra spruzzi di fiamme, fumo e cori da sabba. Nel 1989, all'Universal Amphitheatre di Los Angeles fu dunque una sorpresa per tutti, quando, a suonare per gli MTV Video Music Awards, si presentarono solo Jon Bon Jovi e Richie Sambora, all'unico seguito di due chitarre acustiche. Senza saperlo, la glam band del New Jersey aveva appena regalato a MTV l'idea di una futura, fortunata trasmissione: Unplugged. Difficile tradurre un aggettivo del genere. Alla mia generazione torneràin mente Kurt Cobain nel 1993, cappottone verde muschio indosso, mentre arrangia su uno sgabello Something in the way.

Unplugged, letteralmente, significa "staccato dalla presa di corrente", là dove alla presa normalmente starebbe un amplificatore. In senso largo, dunque, è "unplugged" qualsiasi cosa fuor di amplificazione, e dunque fuor di fronzoli. Forse Stevie Kim (già direttrice di Vinitaly International) e Ian D’Agata (già direttore scientifico di Vinitaly International Academy) nel 1989 erano a Los Angeles, o forse anche loro hanno ripensato al cappottone di Cobain; in ogni caso, il loro ultimo libro, Italian Wine Unplugged, dalle premesse, è destinato ad un successo simile a quei due concerti.

Basandosi esclusivamente sui vitigni, sui loro nomi, privi di ogni riferimento alle denominazioni cui sono legati (alle quali viene dedicata una breve sezione solo alla fine del libro) i due hanno riunito in un solo volume la maggior parte del patrimonio ampelografico italiano e ne hanno fatto l'ossatura di una guida al vino rivolta agli stranieri. Se la prima sezione parla di storia, geologia e clima, la parte più generosa dell’opera è infatti dedicata a quasi cinquecento vitigni della Penisola, divisi per importanza e per parentele reciproche, per poi concludere con foto, mappe concettuali e schemi. Mai minaccioso, né dottorale, Italian Wine Unplugged è un esempio per chiunque trova difficoltoso trasmettere la propria passione per il vino a chi non parla italiano. Inglese informale e chiaro, impaginazione intuitiva, uso spregiudicato e brillante dei colori: un tesoro per chiunque desideri saperne di più sulla viticoltura nazionale.

Tesoro azzardato, certo, ma non troppo. Basta intendersi. Se In Italia lo studio è basato su classificazioni piramidali e denominazioni, la prevalenza del vitigno alla base dell’opera - l’esuberante varietalism tutto americano - è più adatto ad introdurre il vino presso un uditorio estero. Difficile - avranno pensato gli autori - ficcare in testa a cinesi, russi o americani di media cultura non specifica, le differenti sotto-zone di un Valtellina Superiore DOCG, o le diverse voci che compongono la galassia Prosecco. Limitato l'universo delle denominazioni, giudicato troppo complesso per i lettori stranieri non specialisti, i due hanno preferito andare alla radice, celebrando attraverso una impaginazione minimale e schematica l'enorme patrimonio dei vitigni italiani, riservando alle denominazioni collegate uno spazio ridotto e dipendente.

Le cinquecento pagine del libro, certo, dovranno poi essere arricchite dalle esperienze reali del lettore, da tangibili viaggi nel Belpaese. Una volta apprese le peculiarità dei vitigni, saranno la comprensione delle caratteristiche dei differenti territori, le diverse mani passate a lavorarli, a permettere ai curiosi di cogliere le differenze nei bicchieri. Un nebbiolo del novarese non è uguale a uno cresciuto a Serralunga; del resto, se Cobain fosse nato a Los Angeles anziché ad Aberdeen i Nirvana si sarebbero chiamati Guns N' Roses.

Gherardo Fabretti

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)