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giovedì 8 novembre 2012 10:00:00

Il dipartimento dello Jura è formato da una striscia di terra compressa tra la Borgogna e la Svizzera. Il clima è alquanto freddino e in fatto di vini ci sono molte somiglianze con talune espressioni gusto olfattive Borgognone e altre affini ai vini della Svizzera.
I vini qui prodotti potremmo definirli “climatici”, vista la stretta dipendenza qualitativa con ciò che la stagionalità offre durante il periodo vegetativo della vigna.
È un territorio di vitigni piuttosto curiosi, alcuni di questi potrebbero essere considerati come esuli e confinati qui come per punizione. Oggi i vitigni dello Jura si sono ridotti a cinque: Savagnin e Chardonnay per il bianco, Pinot Noir, Trousseau e Poulsard per il rosso. Eppure una volta non era così, afferma il rivoluzionario Jean-François Ganevat, vignaiolo estremista (in fatto di ampelografia) a Rotalier.
Ancora ci viene da chiedere quale assonanza ha portato i vignaioli dello Jura a distinguersi nel mondo del vino con un prodotto simile allo Sherry, vista soprattutto, non tanto la distanza chilometrica, ma la lontananza climatica.
Infatti il vino che rappresenta lo Jura è sicuramente il Vin Jaune, seguito del Vin de Paille, poi dal Crémant du Jura (da Chardonnay poco maturo) e dal VDL Macvin du Jura. Eppure le premesse intellettuali per far sì che il territorio si potesse affermare nei vini secchi e fermi c’erano tutte, fin dalle esperienze di Louis Pasteur, che aveva vigna vicino al villaggio di Arbois.
Le vigne alloggiano a un’altitudine relativamente bassa per la tipologia del territorio, tra 250 e 450 metri slm; i vigneti si arrampicano tra la piana di Bresse (quella del Pollo) e quelle Montagne dello Jura che fanno della neve un’amica fidata.
Qualcosa sta cambiando in questi ultimi anni, e parte di questo cambiamento è frutto anche di quella nuova linfa viticolturale derivata dalle applicazione biologiche, biodinamiche e “natural”.
J.F. Ganevat è un “nuovo vigneron” che coniuga il senso del passato a un presente da strattonare, da svegliare da quel lungo affinamento di 6 anni che rende magico, ma museale, il Vin Jaune.
A lui si può imputare una specie di controriforma viticola, infatti sta mettendo in atto la reintroduzione dei vecchi vitigni, dice siano 52, dello Jura, per dare minore identità (in senso benevelo) agli affermati Savagnin e Chardonnay.
L’altro aspetto interessante che sta attuando è quello di dare un senso di terroir ai vini, per recuperare una personalità vignaiola, di contatto clima/frutto in vigna, piuttosto che lasciare il vino in balia enologica del velo de flor di spagnolesca memoria.
Il suo Chardonnay “Grusse En Billat” abbina un sorprendente mineralità a una bilanciata struttura acida e i profumi oltrepassano la complessità.
Molto irriverente (lo è anche nell’etichetta) è il J’en Veux 2011. J.F. Ganevat miscela già 18 vitigni rossi dello Jura (molti recuperati da lui, ne ha piantati 45) per creare un vino dal gusto rinfrescante, carico di un fruttato (ciliegia, lampone, ribes rosso) dal sapore di coltivazione biologica.
Invece lo Chardonnay Les Chalasses Vieilles Vignes de 1902 è qualcosa di sorprendente. Intanto le vigne furono piantate nel 1902, per cui l’attuale resa è di 18 hl/ha. È considerato l’archetipo del grande vino bianco che darà il meglio di sé dopo 10 anni di bottiglia. L’orizzonte della sua ossidazione è  Leopardiano: l’infinito.
La Cuvée de l’Enfant Terrible è invece 100% Poulsard. Strano il vitigno, fuori dagli schemi il vino. Ha il colore del Pinot nero con riflessi addirittura viola. I profumi non mancano, va dai petali di rosa al succo di arancia, dalla corniola e al ribes rosso, ha anche mineralità (terra rossa). Ma è il gusto che scuote le papille: ha impatto effervescente, o meglio petillant. Dicono sia abbastanza frequente nei rossi dello Jura. Noi italiani non siamo molto avvezzi, comunque esaurito il frizzantino, ecco un sapore succoso di fruttato, rinfrescante, inusuale più che insolito, ma sempre meglio del solito gommoso da masticare.
Questo vignaiolo (è qui dal 1998) ne ha già combinate tante, e per fortuna di buone, nello Jura, senza però abbandonare la tradizione – ottimi sono i Vin Jaune – ma la sua rincorsa sembra a ritroso, a ricatturare le radici, come dovesse riscoprire un passato, tanto che il Trosseau  (per la Cuvée Plein Sud) l’ha piantato in vigna a 25.000 ceppi per ettaro.
La cosa che fa onore a questo signore del terroir è quello di non essersi montato la testa: i suoi vini sono così richiesti che potrebbe aumentare i prezzi di anno in anno, cosa che non fa, e anche in questo si distingue. Chapeau!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)