Statistiche

  • Interventi (1587)
  • Commenti (0)

Archivi

lunedì 31 marzo 2014 15:00:00

C’erano molti sommelier alla presentazione dell’annata 2003 di Dom Pérignon, era il mese di Febbraio del 2012, la manifestazione Identità Golose era a pieno regime e a Milano c’era la neve.

Le parole pronunciate da Richard Geoffroy sembrarono dei pesanti macigni scagliati contro il mito “acidità” nello Champagne.

Che disse? Ecco qua: non c’è relazione tra l’acidità e il potenziale evolutivo se si resta all’interno di una certa parentesi.

Rovesciando il discorso si intende che una “bassa” acidità, magari dovuta a un’annata molto calda, ha in passato di fatto indirizzato le Maison a non uscire con l’indicazione del millesimo.

Così esprimendosi Richard Geoffroy fissa un altro fatto molto espressivo della combinazione organolettica del vino, e cioè che è il flavor, e quindi l’intensità e il carattere del fruttato, che devono guidare nella scelta.

La ribattuta di Geoffroy, in risposta a certe supposte eccessive espressioni di accennata maturità per il Dom Pé 2003 fu lapidaria: «Il fattore chiave della longevità di un vino (Champagne) si riscontra piuttosto nell’estratto e nella capacità degli ingredienti del vino di respingere gli effetti dell’ossidazione».

Alla luce di quelle (di allora) nuove evidenze il viaggio di quel Dom Pérignon 2003 è proseguito, per cui molti lo stanno attendendo al traguardo del 2015 per un re-tasting.

Però il concetto acidità sì, acidità no, oppure quanta, se e quando, non è restato lettera morta.

La Maison Gosset è tornata su quel tema, seppur in termini diversi, fissando l’attenzione sull’acidità in termini di conversione malolattica.

Gosset fino a sei anni fa era fautore della non malolattica, poi è iniziato un rovesciamento di filosofia con l’inserimento nelle cuvée di percentuali sempre più significative di vino assoggettato alla fermentazione malolattica, immesso poi sul mercato a partire dal 2010.

L’intenzione è quella di allontanarsi dal quel gusto verde di mela (malico) e atterrare verso un gusto soft, cioè lattico, che ammorbidisce anche l’asprezza fruttata.

Secondo Gosset quelle versioni di Champagne stancano troppo velocemente le papille gustative, riempiono il palato impattando con troppa esuberanza, così da non favorire una seconda flûte in caso di servizio come aperitivo.

È ormai una ricorrente voce del popolo del vino della Marne che l’approccio alla malolattica sia cambiato, e che la scelta se farla o non farla non dipende più da fattori di usanze o tradizioni familiari o aziendali, ma da serie indagini degustative.

Ciò sposta il valore del corpo dello Champagne dalla semplice presenza di acidità a quella di altri ingredienti, anch’essi finalmente presi in considerazione per interpretare la struttura del vino, che come tale non è solo effetto di arida e numerica intensità, ma di complessiva fragranza fruttata nel segmento gusto olfattivo e soprattutto: no all’amarognolo.

Finalmente, è il caso di dire, ci stiamo spostando nella direzione, acidità si … ma!

Certo molti si ricorderanno della vuotezza di un’acidità spinta dalla sola CO2, un’acidità che inaridisce il gusto, che crea rugosità e che nel finale si svuota di essenza e di valore, semplicemente perché, in fin dei conti, è solo acidità. Molti consumatori hanno pensato che quei vini fossero troppo prossimi alla sboccatura e quindi da affinare, oggi si può affermare che il loro potenziale di affinamento sarebbe a  scartamento ridotto.

Quindi s’è innescato una specie di rinnovamento del bilanciamento acido nel vino Champagne, i cui effetti si avvertiranno sempre con maggior evidenzia nei prossimi anni.

Qualche sagace competitor s’è però espresso in altro modo: «E se fosse tutto un discorso per assorbire l’effetto dell’aumento climatico?»

La nostra risposta è una sola: chi berrà vedrà!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)