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venerdì 6 novembre 2020 10:30:00

È un po’ di tempo che seguiamo, nei siti internazionali, un simpatico dibattito sul vino Chardonnay, e siamo restati anche un po’ sorpresi (anche se non più di tanto) nel verificare che tutto quell’appeal che è sempre appartenuto a questo vino, che ne ha fatto un’icona organolettica mondiale in varie versioni produttive, sta presentando qualche incrinatura.

Intendiamoci, non c’è alcun imminente problema che potrà indirizzare lo Chardonnay verso l’oblio, ma una specie di crisi identitaria s’è innescata, infatti la domanda è: come deve essere oggi lo Chardonnay? Deve continuare a presentarsi con quelle opulente liquidità di beva che fanno tanto new world e che imperversa con quel gusto “burroso”, al cocco, quasi popcorn e tratteggi vanigliati da far quasi dimenticare che ci dovrebbe essere anche del frutto. A dire il vero in Italia questa versione di Chardonnay non ha attirato molti produttori, ma di volta in volta certi spunti del nuovo mondo sono stati riscontrati e si trovano ancora oggi. Tutto sembra rifarsi alla Borgogna, indubbiamente un areale in cui lo Chardonnay si è costruito un’identità specifica e ben riconoscibile, anzi due identità: Côte de Beaune e Chablis.

Quando lo Chardonnay s’è sparso identitariamente nel mondo e s’è staccato – nel nuovo mondo – dall’identità territoriale a quella del varietal, la strada che intrapresero i wine maker fu quella di accentuare i toni morbidi della Côte de Beaune, per attenuare quello steely taste che fa tanto Montrachet e dintorni, e spostarlo sulle note soffici della morbidezza, tanto quello borgognone era non replicabile.

Oggi quell’opulenza è messa in discussione, un po’ perché, d auna parte, la quantità di alcol che l’aiutava è anch’essa oggetto di dibattito salutistico e, dall’altra parte, evidenti cambiamenti di abitudini alimentari e di attitudini di beva hanno deviato alcuni consumatori dalla continuità di consumo di una singola tipologia, e lo Chardonnay non ne è stato immune. Dall’altra parte lo stile classicamente Chablis non ha incontrato tutti i favori dei fans (quelli nuovi) dello Chardonnay, specie quando nel primo biennio di evoluzione tira dei fendenti aciduli che sono affilati come un rasoio, tanto da farlo sembrare svuotato della sua naturale (minerale) saporosità e ne inibisce la lunghezza del gusto. Da qualche anno si sta notando un cambiamento nello Chardonnay, i produttori del nuovo mondo stanno scendendo di alcol, stanno “sburrando” il gusto, cercano di insaporirlo con l’acidità, sottraendolo ai toni della tostatura del legno: lo vorrebbero rinfrescare. Nello Chablis è stato invece il cambiamento climatico a portare delle preziose conseguenze, la sua secchezza s’è modulata verso una tonalità gustativa meno ruspante, recuperando d’impatto quei toni di tropicale sapidità che appartengono a pieno titolo allo Chardonnay; invece, nella Côte de Beaune l’hanno un po’ assottigliato nella consistenza liquida, il legno diventa più timoroso e quella nocciolina Meursault si sta integrando al fruttato e al floreale. Forse il fine ultimo sarà di far uscire al meglio la personalità del vitigno, meno l’oak style, per focalizzarsi di nuovo su un terroir, non dettato dal marketing internazionalizzante, ma dall’identità del suolo. Anche l’analisi di wine-searcher conferma che lo stampo enologico dominante è guidato dalla Borgogna: DRC, Domaine Leflaive, Bonneau du Martray, Coche-Dury e Ramonet sono in prima fila. Tra i new world chardonnay è presente Leeuwin Estate di Margaret River (Australia) e l’altro è Montelena in Napa Valley. Il primo italiano è il Gaja & Rey di Angelo Gaja, seguito da Planeta Chardonnay e Were Dreams di Jermann, poi c’è il Bramito del Cervo di Antinori, Isole e Olena Chardonnay e Beyond the Clouds di Elena Walch, una presenza numericamente non molto confortante, che dovrebbe quantomeno portare a chiedersi perché. Poiché lo Chardonnay si sta creando una diversa identità, miscelando e fondendo vecchio e nuovo, non solo per innovarsi nel rinnovamento, ma per restituire allo Chardonnay una dimensione di espressione di vigneto, e in Italia questo non ci manca, è semmai la presenza d’immagine nello stile mondiale che latita, per cui attendiamo fiduciosi che i numeri si rinfoltiscano.

Roy Zerbini

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)