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mercoledì 17 ottobre 2012 09:45:00

Le piccole AOC, intese come estensioni territoriali, hanno sempre trovato una certa difficoltà a farsi notare sul mercato, e questa non è una situazione solamente francese. In Italia la circostanza è uguale, ed è indipendente dalla qualità del prodotto, perché se la denominazione scaturisse effettivamente dai valori dei vigneti, anche un semplice bianco da Trebbiano Toscano avrebbe la sua indiscussa ragione di esistere: e per fortuna esiste!
Condrieu è nella Valle del Rodano, qui nel 1937 il Barone Pierre Le Roys Boiseaumerié, avvocato e vignaiolo a Chateauneuf du Pape, ottenne il riconoscimento dell’Appellation Côtes du Rhône. L’AOC in questione si estende per 400 km quadrati, con sfaccettature climatiche, di esposizione e di suoli molto diverse. Comunque sull’onda dell’entusiasmo di questo innovativo sistema di catalogazione legislativa del territorio, nel 1940 nacque anche l’AOC Condrieu, il cui nome sembra derivare da coin de ruisseau (“mulinello d’acqua nel ruscello”).
Il vigneto è collinare, ripido, tutto terrazzato, il sottosuolo è di granito: “arzelle” per i vigneron del luogo e furono i Romani a crearle. I migliori vigneti sono così scoscesi che si possono lavorare solo a mano e occasionalmente con l’aiuto degli asinelli. A difficoltà si aggiunge difficoltà e quest’ultima si chiama Viognier. È un’uva complicata sotto molto aspetti: è molto sensibile all’oidio, produce pochissimo e la finestra per vendemmiarla al meglio resta aperta per poco tempo. Ciò giustifica perché il rendimento massimo ammesso dall’A.O.C. sia di 37 hl/ha. Ciò spiega anche perché nel 1965 la denominazione si fosse ristretta a soli 3,23 ha, un rischio d’estinzione reale e preoccupante. Francis Vernay era lì quando nel 1940 fu istituzionalizzata l’A.O.C. Condrieu e credette nel progetto Viognier/Condrieu immediatamente. Quando gli altri vigneron iniziarono a togliere il Viognier a favore di uve meno complicate, Francis Vernay creò la cuvée Coteau de Vernon; mentre in piena crisi, nel 1953, il figlio Georges uscì con Les Chaillées de l’Enfer.
Fu Georges a salvare la denominazione e il Viognier in questo spicchio di terra, credendo fino in fondo alle fragili e delicate potenzialità di quest’uva. A continuare la tradizione oggi troviamo Christine, e a lei si deve il Condrieu “Le Terrasses dell’Empire”, nome che ricorda il tempo in cui il Rodano era linea di confine tra il Regno di Francia e l’Impero Germanico.
La famiglia Vernay è così coinvolta con il salvataggio dell’uva Viognier, che i loro Condrieu sono presi come esempio per simbolizzarne la personalità e diventano situazione di paragone organolettico.
Pierre Galet è considerato uno dei maggiori, se non il maggiore, ampelografo francese e il racconto che fa del Viognier è spogliato da coinvolgimenti emotivi. Non se ne conosce l’origine esatta, sappiamo che da molti anni vegeta sui pendii della riva destra del Rodano, a Condrieu e Ampuis; si pensa che sia stato l’imperatore Probo a importarlo dalla Croazia, dove assume il nome di Vugava Bijela. Matura nella seconda epoca, è molto sensibile all’oidio, ma resiste molto bene alla siccità. Nel 1958  la sua presenza in Francia si era ridotta a soli 29 ha, adesso oltrepassa i 3.000 ha.
Ma com’è il vino da Viognier? La letteratura racconta che se vinificato a solo può raggiungere punte di qualità olfattiva elevate, con costanti riferimenti descrittivi di pesca, albicocca, viola bianca e un miscelato effetto di miele e di spezie in maturità. La preoccupazione è maggiore sotto l’aspetto gustativo, perché se dovesse scappare il rapporto di equilibrio tra sapidità e alcool, verso l’alcool, la parte rinfrescante dell’acidità, qui di minor impatto espressivo, ne soffrirebbe così tanto che deprimerebbe la mineralità, affievolirebbe la parte dure e comporrebbe una resistenza di gusto così morbida nel medio palato da non far risaltare le fine note di amaricante del finale di gusto.
Ma il classico Condrieu, non solo del Domaine Vernay o di Cuilleron, o di altri, non offre solo il senso odoroso dell’antica letteratura organolettica, è molto di più.
Innanzitutto il Viognier a Condrieu non potrà mai produrre vini spigolosi, granulosamente minerali o con ruvidità pseudo tannica. Il Condrieu è l’eleganza che si insinua in una struttura dalla potenza modellata sulla raffinata esilità e non sulla muscolosità.
La sua personalità olfattiva si esteriorizza in una parziale e segmentata rappresentazione delle proprie capacità di offrire profumi: pesca, albicocca, pera, buccia di mela, violetta, minerale (pietra bagnata), un leggero sentore di vegetale che ricorda l’orchidea, generici fiori primaverili a sfondo amarognolo. Meno frequenti, ma non meno preziosi, sono anche i possibili profumi di mela cotogna, mango, susina verde, di foglia del finocchio e di fiore di arancio.
Non c’è purtroppo alcun vino da Viognier capace di presentare tutti questi profumi insieme, sarebbe una magia enologica. Meno complicato è l’aspetto gusto olfattivo. Ha struttura elegante, fine, delicata ma non debole, in assenza il vino si perde nell’anonimato. Ha gusto rigogliosamente minerale e la sapidità danza sulle papille creando un’ampiezza di volume che autorizza la freschezza a concedersi a un sapore di melone e di carambola (Averrhoa carambola). Il finale di gusto spesso crea un effetto concatenato di fresco amarognolo, gentilmente avvicinabile al chinino, per cui il wine maker può lasciare uno o due grammi litro di zucchero residuo, per articolare un equilibrio più dosato ed evitare che il retrogusto riduca la persistenza aromatica intensa.
Il Viognier è un vino da prendere con le pinze, non è possibile stringerselo addosso, non ha quelle abbondanti e accattivanti forme organolettiche dello Chardonnay, si avvicina  a due vitigni italiani come il Vermentino e l’Ansonica, da entrambi però prende il meglio: la crema, il soffice flusso del fruttato e lascia lo scheletrico vegetale nell’armadio dai colori verdeggianti.
Il Condrieu è un vino che trova condizioni ottimali di marriage con il pesce, dal salmone, alla sogliola alla mugnaia, dall’halibut (ippoglosso) alle preparazioni mediamente speziate della cucina orientale, o come in quella thai dove domina il sapore del lemongrass.
Nel Rodano lo abbinano anche con la carne bianca accompagnata da salse cremose, ma il must sembra restare quello di sorbirlo con un formaggio, la Rigotte de Condrieu. La Rigotte è un formaggio di latte intero, di capra, elaborato con caglio lattico. Prende il nome da “rigots”, ovvero piccoli ruscelli, quelli che scendono dal Monte Pilat, nelle cui vallate le capre sono allevate. La Rigotte di Condrieu da abbinare al Condrieu non deve essere affinata a lungo, massimo un mese, perché deve presentare crosta color avorio, pasta tenera e fondente, delicatamente cremosa e con retrogusto di nocciola.
Per un’esperienza degustativa di Condrieu sono da tenere in considerazione le aziende: Domaine Georges Vernay, Yves Cuilleron, Guigal, François Villard e Jean-Michel Gerin. À la santé!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)