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mercoledì 29 agosto 2018 11:15:00

Negli States di corse speciali se ne sono avute tante, a iniziare a quello dell’oro che a metà del 1800 sconvolse la California generando più disillusioni e disperazioni che ricchezza, continuando, tanto per citarne una più vicina ai giorni nostri, con quella verso lo spazio, ai tempi in cui la guerra e l’inverno erano davvero “freddi”.

Noi trattiamo tutt’altri argomenti, però ci incuriosisce molto la prospettiva che si possa innescare una nuova corsa in America, quella al vitigno ibrido. L’Europa ha un atteggiamento di avversione verso gli ibridi, giusto – tanto per citarne uno – il baco blanc ha una certa fama perché il suo vino può essere distillato in Armagnac.

Cos’è un ibrido? È un incrocio tra due specie di viti, anche se lo attuo con una labrusca e una vinifera il risultato è ancora un vitigno ibrido; per esempio poco meno del 5% del totale dei vigneti è coltivato con l’ibrido. Gli ibridi furono creati per vari motivi, però fondamentalmente perché resistenti a problemi come il gelo, attacchi fungini, aridità, ecc., non furono certo creati perché capaci di apportare qualcosa di qualitativo, se non un intenso, ma banale, tono floreale e quel particolare aroma animale identificato con il termine foxy, cioè odore di volpe. Eppure nel Vermont, notoriamente uno stato in cui la viticoltura non è di casa, l’azienda La Garagista, fondata nel 2010, produce vini solo da vitigni ibridi. A loro dire si è creato un ottimo interesse intorno a questi vini, perché i consumatori americani vivono un momento particolare che manifesta molta curiosità per vini strani e per la sperimentazione. Hanno quasi disseppellito l’ascia di guerra, aprendo un contenzioso – nell’ambito del dibattito – addirittura con WSET che insegnerebbe agli allievi che i vitigni ibridi, per loro natura, producono vini di minor interesse qualitativo. La winery s’è messa i panni del pioniere, che però ha dovuto fare di necessità virtù perché i vitigni da vinifera non resistono alle intemperie invernali, che nel Vermont raggiungono i -20 °C. Ne sa qualcosa un vignaiolo di Shelburn, sempre Vermont, che ha dovuto dismettere zweigelt e riesling a favore degli sconosciuti traminette e cayuga. Quindi chi vorrà sperimentare le proprietà degli ibridi si accosti a vitigni come il marquette, oppure il ravat 262 (con i geni del pinot nero) e l’acadie blanc. A dire il vero c’è anche un vino con una certa storica fama (meglio sarebbe nomea), come lo spumante del Finger Lake, fatto fin dal 1800 da vitigni come il catawba e delaware, addirittura considerate come totalmente americane. Qualcuno sta sostenendo che si stia creando un movimento per avvalorare l’ipotesi (molto commerciale e con un appeal di marketing) che questi ibridi siano delle vere uve americane, quindi si allontanerebbero dall’essere dei veri ibridi. Considerando il tutto ci sembra che non si possa dire che si sia avviata una corsa, semmai un preriscaldamento, però alcune Università si stanno interessando a queste nuove sperimentazioni, perché molte certezze sul futuro mondo ampelografico stanno vacillando. E l’evoluzione non può essere pensata in proiezione decennale o ventennale, bisogna pensare al futuro vitivinicolo tra cento anni. E se avessero ragione?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)