martedì 16 aprile 2013 09:15:00

di Roberto Bellini  

Vini italiani in fuga. In fuga da chi? Ma dall’Italia, naturalmente! Al recente Vinitaly questa sensazione era quasi onnipresente tra gli stand, moltissimi produttori erano più felici dei contatti avuti con gli importatori e con le nuove nazioni del vino che non con il mercato interno.

L’Italia purtroppo si è infangata in una situazione economica che sta diventando paludosa e il consumo del vino è sceso a livelli bassissimi.

A ciò sembra aggiungersi anche un aspetto burocratico, che stringe il mondo del vino in una morsa che ne blocca la competitività. Alcuni studi hanno evidenziato che per assolvere alle pratiche burocratiche bisogna conteggiare quasi cento giorni di lavoro, per cui sei centesimi a bottiglia e due kg di carta per ogni litro di vino prodotto.

L’estero è quindi diventato un palcoscenico economico da calcare con ogni mezzo a disposizione, e molti sono stati i convegni e i seminari che al Vinitaly 2013 trattavano queste problematiche.

Secondo gli ultimi dati quasi il 50% del vino italiano è venduto all’estero e rispetto all’anno 2011 l’incremento è stato del 6,5%, producendo un volume di affari di 4,7 bilioni di euro, e l’aspettativa per il 2013 è ancora in crescita.

Ormai ci sono produttori che esportano fino all’80% del loro vino, ma la maggior parte di loro è forte nei mercati cosiddetti tradizionali, come gli USA e la Germania, mercati questi che l’Italia ha conquistato grazie a quegli anni in cui la lira veniva svalutata per creare competitività. Lo sviluppo non fu dovuto al sistema Italia del vino, ma al più semplice e governativo deprezzamento monetario, e da qui a pensare che il nostro vino abbia un reale appeal commerciale ce ne passa.

Infatti nei nuovi mercati non siamo mai partiti alla pari, quando vi siamo sbarcati abbiamo trovato le postazioni francesi già ben dimensionate e talvolta anche qualche reticolato australiano, neo zelandese e californiano.

Anche il ministro delle politiche agricole Mario Catania ha evidenziato questo aspetto, e cioè che nei mercati asiatici e in quello cinese siamo partiti dalla seconda fila, qualche volta anche in terza, e per recuperare l’handicap (come nelle corse al trotto) non è solo indispensabile lavorare bene nel vino (e su questo siamo abbastanza tranquilli), è necessario lavorare come squadra, si deve fare sistema e, aggiungiamo noi, si deve anche produrre cultura.

Per ora i produttori italiani sono andati in fuga da soli, come le sfuriate dei corridori al Tour de France, qualche tappa l’hanno anche vinta e quindi il premio lo hanno ottenuto, ma alla fine del Tour chi è risultato vincitore è stato un altro. Non importa arrivare per forza ai primi posti per incidere sui mercati, basta restare con costanza nelle prime posizioni, essere quindi sempre in discussione perché in lotta per il vertice e non diventare famosi perché una volta si è primi e l’altra si giunge fuori tempo massimo.

Ancora dal recente Vinitaly è arrivata la notizia, anzi la conferma, che la Commissione Europea ha accordato all’Italia 400 milioni di euro per aiutarla a promuovere il mercato del vino italiano. Speriamo che la destinazione non sia solo quella di… darla a bere, l’Italia del vino, ma di abbinarvi la formazione, l’educazione alla nostra cultura, iniziando da cose per noi semplici come la geografia del vino e la filosofia dell’abbinamento del cibo con il vino, aspetto quest’ultimo che attira moltissimo e che è l’essenza del nostro corso per sommelier.

In questa “fuga” dall’Italia l’Associazione Italiana Sommelier diventa un partner essenziale, perché già ha fatto, e fa ancora, formazione sul vino e sull’abbinamento in molte nazioni asiatiche e non, Cina inclusa. Ha affiancato e spinto ogni iniziativa che ha visto un coinvolgimento culturale e ha sempre soddisfatto tutte le richieste che le sono pervenute, sia dalle Ambasciate che dagli Istituti Italiani di Cultura. Adesso non ci resta che attendere i produttori.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)