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venerdì 21 ottobre 2016 15:30:00

L’onda lunga e l’attrazione della parola terroir ha fatto breccia in Spagna e sta facendo traballare la tradizione della Rioja del vino, abituata da secoli alla miscela di uve e vini provenienti da vigneti dalla parte alta della valle dell’Ebro a quella bassa, questo nonostante la Rioja Alevesa produca vini più austeri e vigorosi senza cedere in eleganza, rispetto alla Rioja Baja, forse la meno personalizzante nell’identità del territorio se non miscelata. Il fatto di chiamarsi solo Rioja è stato oggetto da qualche anno di animate discussioni tra i produttori, soprattutto tra coloro che hanno idealizzato un vino concettualizzandolo sull’espressione della singolarità della vigna, senza che la stessa fosse inclusa nella rete legislativa, tanto che molti vini che si sono resi indipendentemente visibili, raggiungendo il successo con il nome delle loro terre viticole, non riuscivano più a sostenere una logica di critica sulla forbice nel prezzo.

Le posizioni, come al solito, s’erano anche irrigidite, tanto che alcuni dichiaravano che fare vino da una sola vigna non è per forza garanzia di qualità migliore rispetto a quello ottenuto dalla “multivigna”. Tutti hanno concordato (perché politicamente corretti) che non va disconosciuto il valore della denominazione Rioja, però il potenziale per fare vino da singolo vigneto o villaggio è lampante, e il business mondiale lo accoglie con più facilità anche in termini di prezzi in ascesa, e poi ci si distingue. A breve la legislazione delle denominazione consentirà l’accesso al mercato delle sotto-zone, dei villaggi e perfino della vigna, cosa che è prevista anche in tante nostre denominazioni. In Italia non è stata ancora sfruttata a pieno, vedremo se la Rioja saprà stimolare al meglio i propri vignaioli.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)