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martedì 9 ottobre 2018 08:30:00

Batroun è una delle più antiche città del mondo. Si mostra sulla costa settentrionale del Libano e già dal nome lascerebbe intendere una certa affinità col vino: il suo nome arabo, al-Batroun, sembra provenire dal greco botrys, letteralmente grappolo d'uva. Pare che i Greci abbiano mutuato il termine dal fenicio bater, generalmente tradotto con il verbo tagliare, con riferimento ai blocchi di pietra immersi in mare coi quali gli abitanti fronteggiavano ondate e maremoti. I Greci, però, all'intaglio delle rocce preferirono la potatura dei tralci: da qui, probabilmente, il cambio di senso. 

Batroun, per decenni, è stata tra le più amate mete turistiche della nazione. Poi la guerra civile: più di 150.000 morti tra il 1975 e il 1990, e un paese fatto a pezzi. Vent'anni dopo, Maher Harb, dalle collinette vitate del paese, racconta di avere mollato una buona carriera di consulente finanziario a Parigi per fondare una cantina a casa propria. 

Più a est, scavalcando le montagne del Libano, la Valle della Beqāʿ ospita i vigneti di Eid Azar  e quelli di Joe Assaad Touma. La catena montuosa scherma la zona dalle piogge provenienti dal mare ed entrambi hanno deciso di puntare su vitigni autoctoni. Come racconta Eid a Lisa Barrington di Reuters: "come fai a impressionare qualcuno che magari ha a disposizione i migliori vini del mondo con l'ennesimo Chardonnay?"  

A sud, nella spersa Bhamdoun, una volta nota alla jet society, Naji Boutros ha abbandonato una carriera nel mondo dell'alta finanza, tra New York e Londra, per andare a produrre vino lì dove era nato.

Potrebbero tutte essere storie già sentite, iniziative brillanti di uomini beneficiati da grossi capitali che in uno schiocco di dita decidono di dedicarsi a una delle attività del momento. E lo sono. Con una differenza: la famiglia Boutros, come le altre, hanno dovuto abbandonare casa loro prima che una bomba o una ventagliata di mitra glielo impedissero per sempre. "Quando siamo tornati a Bhamdoun" - racconta - "non era rimasto praticamente nessuno". Sarà stato il desiderio di ripopolare i propri villaggi, oltre alla secolare tradizione viticola del posto, a convincere Naji, Maher, Eid, Joe e tanti altri, a investire su ettari di buona terra, resa sterile da un quindicennio di sangue.

Oggi il fatturato del vino libanese è stimato intorno ai 500 milioni all'anno, ma, cosa più importante, ha spinto tante famiglie a ripopolare aree abbandonate da tempo, ricostruendo, poco a poco, ciò che la guerra ha polverizzato. "La scuola di Bhamdoun aveva non più trenta ragazzi. Oggi sono più di duecento. La città è piena!" grida orgoglioso Naji.

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)