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giovedì 29 novembre 2012 17:15:00

Sologne è una regione del dipartimento della Loira poco a sud di Orléans. Enologicamente parlando ha vissuto sempre ai margini della grandeur dei vini, infatti per questo territorio già emulare un Vouvray sembrava un’utopia. Il dipartimento è conosciuto per le sue foreste, per i suoi invasi di acqua, per la cacciagione e la selvaggina che vi abita. L’aspetto agricolo collegato alla viticoltura è rimasto ancorato a una tradizionale arcaicità tra il XIX e XX secolo e si articolava nel presentare il fare del vino come una cosa buona e una non buona. I vigneron dell’epoca consideravano fare il vino una cosa buona, perché era giusto seguire una tradizione ereditata dai padri e dai nonni, e l’essere genuino equivaleva a aver espresso anche un concetto (poco reale) di qualità. Il fare del vino inteso come cosa non buona era conseguente alla presa di coscienza che restare radicati a quelle tradizioni non avrebbe prodotto alcun avvicinamento al livello qualitativo delle zone circostanti, però anche credere nei miracoli  dell’applicazione chimica e delle correzioni magiche durante il processo produttivo non rientrava nell’angolatura del fare le cose per bene.

Insomma erano dei vigneron un po’ restii anche a essere considerati tali, e per anni il vino che spremettero da uve come il Romorantin, il Gamay, il Pinot Noir, il Pinot Meunier, il Cabernet Franc, il Cabernet Sauvignon, il Pinot d’Aunis (Chenin Noir), il Pineau blanc de la Loire (Chenin Blanc) e il buon vecchio Arbois insiene al Savuvignon blanc, rimase circoscritto (quel vino) al consumo locale. Era considerato un  alimento energetico per arginare lo sforzo del duro lavoro nelle foreste. In altre parole al tempo della fillossera non si poteva certo considerare Sologne come un terroir d’eccellenza,  troppo poco redditizia era la silvicoltura e l’itticoltura in acqua dolce, la caccia non poteva essere una via di fuga e la viticoltura era ancora da sviluppare.

Lentamente il territorio si adeguò un po’ alla rivoluzione industriale e s’affacciò anche un’attività manifatturiera. Insomma quell’incantata immagine in bianco e nero faticava a colorarsi. I 150 km che separano Sologne da Parigi erano un’odissea tra il XIX e il XX secolo e di certo i parigini non erano attirati dall’appeal di questi vini. Durante quel periodo imperavano lo Champagne (Belle Époque), la Borgogna e il Bordeaux.

Il cuore della Sologne è rappresentato dalla cittadina di Romorantin-Lanthenay, la cui vestigia enoica indietreggia fino al regno di Francesco I di Francia. Fu lui a introdurre l’uva Romorantin nel 1519 nei terreni circostanti il castello in cui viveva sua madre.

Il Romorantin è un vitigno a bacca bianca che sta al di fuori degli schemi organolettici della Loira. È un incrocio tra Gouias (Heunisch) e Pinot fin tinturieur e trova un habitat naturale nella Sologne, anche se il clima subisce gli effetti del grande fiume e delle estese foreste; e poi c’è il suolo: sabbioso-argilloso, con sabbia e silice e argilla e calcare, un manna per quest’uva. Il profilo organolettico del vino è all’olfatto un insieme di floreale, fruttato e minerale (mix di pietra focaia tipo Chablis ed erbette aromatiche da Chenin), il gusto ha la freschezza della frutta fresca (di mela selvatica del nord) e un finale che recupera la mineralità olfattiva.

Il territorio ne ha fatta di strada. Dalla arcaicità del pigiare l’uva con i piedi ha penetrato i boulevard parigini, è entrata nei Bistrot e Bar à Vin e l’AOC Cour-Cheverny è una micro cult, ma sembra ancora mostrare un po’ di rimpianto per quegli anni in cui i vignaioli dicevano: fare vino è una cosa buona, ma è anche una cosa non buona.

Cour-Cheverny ha colto nel segno, ha fissato un terroir di soli 48 ha in cui la Cooperativa Vignerons de Mont-Prés-Chambord riesce a interpretare un bianco di rara classe e alto valore commerciale. C’è anche il Domaine de Huades (il filosofia biodinamica) e Benôit Daridan, che usa solo grappoli da viti di oltre 35 anni.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)