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martedì 26 febbraio 2019 09:00:00

La storia dello Champagne in fondo al Baltico

Estate 2010. Christian Ekström, giovane guida turistica, decide di organizzare una immersione con degli amici attorno alle isole che compongono l'arcipelago di Åland, all'ingresso del golfo di Botnia, tra la Svezia e la Finlandia. Quell'insidioso tratto di mare è noto per le centinaia di navi affondate nel corso dei secoli, e i ragazzi sperano di trovare tracce di una nave tedesca di cui avevano sentito parlare dagli isolani. La trovano, a cinquanta metri di profondità. Il nome sulla chiglia è cancellato, ma 168 bottiglie, coperte di alghe e crostacei, stanno lì a fissarli. 

Il mistero dello Champagne del Baltico

Christian risale in superficie con una bottiglia, poi la stappa, convinto di trovarvi solo acqua salata. A investirlo, invece, un sapore dolciastro, di pesca e albicocca. Contatta subito l'archeologo subacqueo Magnus Lindholm, poi l'amica sommelier Ella Grüssner Cromwell-Morgan. Ella è colpita dall'intensità del vino, sorpresa dalla solida presenza delle bollicine e dal deciso dosaggio zuccherino. Dà un'occhiata al tappo. Un'ancora, e un nome sulla superficie: Juglar. Fondata a Châlons-en-Champagne, la Juglar era una nota maison di Champagne. Unico dettaglio: il marchio non esisteva più dal 1829. Quella bottiglia, tenuto conto dell'approssimativa età della nave in cui riposava, poteva contenere la più antica partita di Champagne sopravvissuta ai giorni nostri. 

L'equivoco dell'ancora: Juglar

La notizia della scoperta, intanto, aveva attirato i nomi più importanti dello Champagne. Il riferimento all'ancora marina impressa sullo specchio del tappo, in particolare, stava particolarmente a cuore al gruppo LVMH, proprietaria della storica azienda Veuve Clicquot, il cui marchio rappresenta giusto un'ancora. Ci mise poco lo chef de cave della casa, Dominique Demarville, a spegnere gli entusiasmi. Il tappo apparteneva alla vecchia Juglar, senza dubbio alcuno. Nonostante questo, Demarville propone all'azienda di finanziare il ripescaggio delle bottiglie rimaste in fondo al mare, con la speranza che tra loro se ne trovassero a marchio Veuve. 
 

La stella cometa di Veuve

Quello di Demarville non era il semplice azzardo di un uomo scornato. La Veuve Clicquot, all'inizio dell'Ottocento, era il più importante fornitore di Champagne dell'Impero russo. Se erano almeno 400.000 le bottiglie che ogni anno sbarcavano al porto di San Pietroburgo, la probabilità di trovarne almeno una con il marchio della maison era alta. A novembre, ripescato il carico dal Baltico, l'enologo Francois Hautekeur, la storica Fabienne Moreau, e l'esperto internazionale di Champagne Richard Juhlin, si mettono al lavoro. Il 16 del mese, la sorpresa: il marchio c'è davvero, impresso a fuoco. Sul tappo campeggia anche una stella, un omaggio alla cometa che attraversò la regione francese nel 1811, un'annata considerata straordinaria. 
 

Champagne: Reims contro Dizy 

La posta in gioco è alta; il ritorno di immagine incredibile. LVMH potrebbe vantare il primato di società proprietaria della più antica bottiglia di Champagne mai ritrovata, ma non è così semplice. Pur sparita nel 1829, la maison Juglar era diventata parte integrante di una nota casa di Dizy, la Jacquesson, che l'aveva acquisita da un cugino. Al pari della cantina di Reims, dunque, anche quella dei fratelli Chiquet poteva vantare pari diritti. Davide contro Golia, certo, con la gigantesca Veuve armata non solo dei milioni di bottiglie prodotte ma anche di un archivio storico da paura: 750 metri di scaffali traboccanti sotto il peso di dettagliati registri, libri, documenti e polizze d'assicurazione per le spedizioni via mare. Quasi nulla per la piccola ma altrettanto storica Jacquesson, i cui archivi furono polverizzati nel 1917, durante i bombardamenti di Châlons-sur-Marne, sua antica sede. 

 

Werlé: indizi preziosi

All'inizio di dicembre, la storica Fabienne Moreau riesce a datare le bottiglie della Veuve grazie a un indizio. Sui colli compare un cognome noto: Werlé.  Édouard Werlé, nato in Germania nel 1801 come Werler, dopo una rapida carriera in azienda, era diventato socio di Barbe Nicole Clicquot-Ponsardin nel 1831. Dieci anni dopo, nel 1841, la stessa vedova Clicquot annuncia in una lettera agli importatori che per prevenire le contraffazioni avrebbe provveduto ad aggiungere il cognome del socio alle bottiglie. I tappi, aggiungevano gli esperti, non erano imbrigliati dalla gabbietta metallica con capsula ma dal tradizionale spago. La capsula - ironia della sorte - fu perfezionata da un antenato dei Jacquesson nel 1844 e diffusa solo qualche anno dopo. Le bottiglie, quindi, andavano collocate tra il 1841 e, al massimo, gli ultimi anni del decennio.

 

Senza esclusione di colpi

Le carte degli archivi di Veuve Clicquot avevano dato un vantaggio enorme alla maison, ma tra quegli scaffali c'era dell'altro: l'occasione per sferrare il colpo decisivo alla Jacquesson. In due lettere, datate 1836 e 1850, un certo signor Juglar, enologo a Cramant, dichiare di voler vendere vin clair sfuso a Mme Clicquot, per la produzione dei suoi Champagne. Lo Juglar del relitto - dicono - non era dunque correlato a Jacquesson. 

La maison di Dizy, nonostante la botta, risponde colpo su colpo. Gérard Arethens, storico dell'azienda, è chiaro: assunto che la maison Juglar è stata acquisita dalla Jacquesson nel 1829, ammesso che le bottiglie risalgano a qualche anno dopo, non è dimostrabile che il marchio Juglar sia stato rimosso sin dall'anno dopo dai tappi. La Juglar era una maison molto nota, e un bravo commerciante non avrebbe sostituito così repentinamente un simbolo così famoso. Le bottiglie non appartengono al Juglar di Cramant, ma a François-Félix Juglar. Assai improbabile, allora, che a vendere vino sfuso alla Clicquot fosse un diretto concorrente nelle esportazioni in Nord Europa. 

 

 

Questione di tappo

Le 168 bottiglie recuperate, intanto, pare fossero state assaggiate e accuratamente ritappate dall'esperto Richard Juhlin. Non tutte, a suo dire, erano bevibili, eppure, nonostante i livelli più elevati di acido acetico - prevedibili considerate le tecniche di vinificazione dell'epoca - molte lo erano ancora. Juhlin aveva descritto i Juglar come "più intensi, potenti, e con odori di sottobosco", mente i Clicquot, a maggior presenza di chardonnay, ricordvano al naso "i fiori di tiglio e la scorza di lime". Il tempo, comunque, era stato più clemente con i secondi, probabilmente - ipotizza Juhlin - per la qualità superiore dei tappi. Le cifre sembrano dargli ragione: nel giugno del 2011, durante un'asta organizzata a Mariehamn, sull'isola di Fasta Ålanduna bottiglia di Veuve Clicquot fu venduta per 30.000 euro; la concorrente, invece, per "soli" 24.000. Niente KO, insomma, ma una vittoria ai punti.

La vera notizia, però, è un'altra: di proprietà del governo autonomo delle isole ​Åland, le bottiglie vendute all'asta forniranno denaro prezioso per la comunità finlandese, che ha destinato il ricavato a progetti di archeologia marina e di storia navale, e, soprattutto, al miglioramento della qualità delle acque del Baltico. Perché insomma, sino a qui abbiamo parlato di vetro, ma di questi tempi non sarebbe male parlare anche di plastica. 

Gherardo Fabretti 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)