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mercoledì 24 gennaio 2018 16:30:00

I vigneti di Arnaud e Malou Greiner sono veramente strappati alle grinfie del bosco e contro di esso vi combattono giornalmente per evitare di esserne inglobati. Un siffatto intervento di avvignamento è stato di un coraggio estremo ed è fortunatamente ricompensato dalla clamorosa qualità dei vini.

Siamo a Liesle, piccolissimo villaggio del Jura, un nome che giorno dopo giorno sta sempre più diventando una garanzia, e purtroppo sembra scivolare verso uno status che i vigneron del luogo non vorrebbero; quello di un “cult wine”. Arnaud e Malou Greiner coltivano uno striminzito appezzamento di vigneto che oscilla tra uno e due ettari, dove alloggiano i classici vitigni del Jura, dal trousseau al ploussard, dal gamay al pinot noir (ne fanno un blend etichettato “La cart ouche”). Lo chardonnay è etichettato “La sortie de route”. Con il vecchio caro melon le queue rouge ci fanno il “Les vielles gallines”. Infine con il savagnin producono il Lavenard.

Lavenard è un Vin de France ottenuto da un vigneto di 70 anni di età, piantato nel puro calcare del Jura, anche intriso di marne blu. La vigna, durante la vita annuale di vegetazione, è lasciata al suo destino: faccia ciò che vuole; ciò che conta sono le sue radici, profondamente penetrate nel sottosuolo, a soffrire le pene dell’inferno, per portare in superficie qualcosa che possa riempire di mineralità l’acino.

Al pari di tanti Jura, anche  il Lavenard di Arnaud e Malou Greiner percorre i crinali ossidativi dell’evoluzione in legno, in vecchie botti di 600 litri, per quasi due anni; poi va in bottiglia e diventa immediatamente una bottiglia di vino introvabile. L’etichetta non mostra l’annata di produzione: garantisce che sia un 2015. Poco importa: il duo dei vigneron non s’esalta certo per la convenzionalità legislativa, e i loro vini sono tutti esterni alla AOC/AOP.

Lavernard Savagnin ha brillante colorazione di rame dorato, ancora non classificabile come orange wine (e meno male!), evidenziando il tal modo una volontà di creare il tono ossidativo in espressione leggerissima. E così lo si riconosce al naso, dove resistono ancora note fruttate, di frutti poco domestici, come nespola e sorba, di mela cotogna e confettura di susina. Ciò che fa il vero profumo del vino è la roccia, come calce, polvere di marmo, e poi conchiglie frantumate. Nell’insieme olfattivo aleggia anche un tono vagamente amaricante, di fieno greco e di mallo di noce essiccato.

Liquidamente sottile al palato, più materico (salinità e polvere di roccia scolpita da uno scalpellino) che volume e sostanza da alcol e glicerina. Anche la freschezza si nasconde in un Ph che non suona la carica degli acidi. Si può, senza dubbio alcuno, erigerlo a vero interprete gusto-olfattivo di una piena e pura sapidità minerale, tanto capace di rivelarsi con siffatta solida, piena purezza, da suggerirlo a tutti coloro che hanno difficoltà a comprendere cos’è la mineralità. Provare per credere!

Ais Staff Writer

 

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)